Concilio Ecumenico

Concilio Ecumenico

Nel 1325 Ario fu condannato nel Concilio di Nivea, presieduto dal vescovo Osio in nome di papa Silvestro, presenti Costantino e trecentodiciotto vescovi. La sconfitta degli eretici non fu però definitiva, tanto piú che il successore di Costantino, Costanzo II (337-361), era dichiaratamente favorevole al par­tito degli ariani.

Convinto di essere un illuminato intermediario fra Dio e l'umanità; persuaso che la confes­sione ariana avrebbe potuto favorire il totali­tarismo statale; desideroso di eliminare i più gravi ostacoli alla organizzazione della pace (i Persiani premevano ai confini), Costanzo II volle stabilire l'ordine e l'unità dell'Impero sulla fede ariana, nella forma però moderata dell'omeismo. A tal fine, seguendo il parere dei vescovi ariani Valente e Ursavio, favori la convocazione di un sinodo ecumenico a Nicomedia; ebbe cura tuttavia di far preparare in anticipo una formula, nota sotto il termine di Credo datato, che avrebbe dovuto accon­tentare tutte le correnti, ariane, semiariane e cattoliche.

Il 24 agosto del 358 la città di Nicomedia fu distrutta dal terremoto. La scelta della sede del congresso cadde allora su Rimini, sia perché il clero - è da supporre - non vi era del tutto contrario alle mire della Corte, sia soprattutto per la sua duplice funzione di porto marittimo e di centro stradale. Nel maggio del 359 convennero a Rimini gran numero di vescovi; chi opina fossero trecento (Filostorgio), chi quattrocento (S. Atanasio, Sulpizio Severo, Sozomeno), chi dice seicento (Auxenzio), chi dice seicentocinquanta (Giu­liano). C'era, tra i cattolici, il vescovo di Ca­pua che forse teneva le veci di papa Liberio; Fegadio, vescovo d'Agen nella Gallia Aquitania; Restituto di Cartagine, Rofillo di Forlimpopolo e, forse, Gaudenzo di Rimini, S. Marino e S. Leone. Tra gli ariani, che in tutto erano una ottantina, rammenterò oltre a Ursacio e Valente, i vescovi di Sirmio, di Milano, di Lisbona, di Civitavecchia. Per quanto gli ariani fossero in numero inferiore ai cattolici, erano tuttavia in condizione privi­legiata: li spalleggiava infatti il prefetto del pretorio Tauro, che l'imperatore aveva inviato a Rimini col segreto incarico di premere sulle decisioni del Concilio. Da parte sua l'impera­tore aveva ordinato che a tutti i convenuti fosse somministrato vitto e alloggio; nessuno però dei cattolici cedette alla profferta insi­diosa, meno tre inglesi costrettivi da indigenza assoluta. Come se ciò non bastasse, Costanzo d'un tratto ordinò agli orientali di non conve­nire più in Rimini con quei d'Occidente, ma soli a separato concilio a Seleucia. Il che si può spiegare non tanto col desiderio dell'im­peratore di risparmiare sulle spese di viaggio a carico dello Stato (« cursus publicus »), quanto col malizioso calcolo di influire con la presumi­bile maggioranza ottenuta a Seleucia, sui Padri occidentali riuniti a Rimini. Ciò nono­stante alcuni vescovi d'Oriente furono pre­senti nella nostra città. Aperta l'assemblea, si vide subito che era im­possibile trattare; gli ariani, accampando il desiderio dell'imperatore di procurare pace al mondo, pretendevano che fosse accettabile senza difficoltà il Credo datato; i cattolici a lor volta richiedevano che si tornasse tale e quale alla formula niceana. Già da sei giorni si discuteva a vuoto, quando giunse ai Padri una lettera di Costanzo che li obbligava di mandar alla Corte un'ambasceria di dieci legati disposta a concordarsi su quanto stabi­lito a Seleucia dall'altro Concilio. I cattolici ebbero allora la prova che l'imperatore mirava a togliere ogni valore alle loro deliberazioni; pertanto segregarono dalla Chiesa Ursacio, Valente e i loro seguaci, confermando con solenne sentenza l'anatema contro Ario. Delle quali cose informarono l'imperatore, a cui spedirono dieci messi, scelti purtroppo tra i meno anziani e i meno dotti. Ben altrimenti fecero gli ariani che mandarono alla Corte di Costantinopoli - secondo le parole di Sulpizio Severo - «vecchi furbi, pieni d'ingegno e di perfidia ».

Giunte le due ambascerie a Costantinopoli, l'imperatore ebbe modo di manifestare ancor di più le sue preferenze; mentre infatti la delegazione ariana fu accolta con tutti gli onori, quella cattolica non fu nemmeno ricevuta e fu relegata a Nice, presso Adrianopoli. Colà, abilmente raggirata da Ursacio e Valente, sottoscrisse nell'ottobre del 359 un formulario sostanzialmente simile al Credo datato. Di parere contrario erano però i vescovi cattolici restati in attesa a Rimini; tanto che, indignati con­tro i lor messi, li esclusero dalla Comunione e negarono loro ogni indulgenza. Si era cosí ritornati al contrasto e all'intransigenza ini­ziali.

Poiché tutto sembrava fallito, i cattolici deci­sero di ritornare alle lor sedi. Ma il prefetto Tauro, attenendosi scrupolosamente alle istru­zioni avute dall'imperatore (gli era stato pro­messo, come ricompensa, il consolato), non permise che il Concilio si sciogliesse senza l'adesione di tutti i convenuti alla formula di Nicea; e fece capire chiaramente ai riottosi che, o con le buone o con le cattive, avrebbero dovuto capitolare. Il desiderio della pace, il lungo soggiorno a Rimini (sette mesi), il sovrastare dell'inverno, le minacce e le promesse finirono col piegare anche i più intransigenti. C'è da precisare tuttavia che la formula sottoscritta, scaltramente manipolata da Valente e Ursacio, si differenziava da quella di Nice e che - come riconobbe lo stesso S. Girolamo - « non aveva nulla di sacrilego nella superficie della esposizione; le parole suonavano pietà e niuno credeva in tanto mele frammischiato il veleno ». Ad ogni modo il papa non riconobbe mai i deliberati del secondo Concilio, che perciò si è soliti chiamare « Conciliabolo », in contrapposto al primo, legittimo, ecumenico santo.

Tornato ciascun vescovo alla propria sede, la disfatta della fede cattolica pareva completa e totale il trionfo del cesaro-papismo di Costanzo II. Anche in Rimini gli ariani rialzarono il capo. Impavido e solenne li condanna dal pulpito - secondo la leggenda - il vescovo Gaudenzo. Il preside imperiale lo fa arrestare e condurre alle carceri; gli eretici lo strappano ai magistrati e con percosse, con sassi e con flagelli lo distendono morto al suolo (14 ottobre 360). Gaudenzo è salito agli onori della santità; Rimini lo ha eletto suo Patrono.

L'importanza militare di Rimini fu di nuovo considerevole ne l V e nel Vi secolo. Qui Alarico nel 409 trattò col prefetto del pretorio Giovio e qui, stando a racconto d zosimo, detronizzò l'usurpatore Attalo. Dal nostro porto salpò Teodorico per recarsi all'assedio di Ravenna; Viktige nel 538 strinse d'assedio per alcuni mesi la città, tenuta dai biznatini ma fu costretto a cedere di fronte all'azione combinata dell'esercito e della flotta di Belisario. Per il richiamo di quest'ultimo, i Goti rientrarono a Rimini. Nel 552 narsete, liberata Ravenna e dirigendosi a Roma contro Totila, tentò di ripoccipare la città, ma il presidio gotico, al comando di Usdrila, tagliò un arco del ponte sul Marecchia impedendo il passaggio del fiume. Soltanto dopo la disfatta di Totila e del successore Teia, Narsete riuscí ad impossessarsi della città contesa. Sotto i Bizantini Rimini fu elevata a centro della Pentapoli marittima, che con essa comprendeva Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona. 1 governatori di Rimini assunsero il titolo ducale. Ripetutamente soggetta alle scorrerie dei Longobardi, passò verso la metà del secolo VIII, con tutto l'Esarcato, a far parte dei domini della Chiesa. Si determinò cosí quella situazione giuridica e politica che sostanzialmente durerà per oltre un millennio, vale a dire fino al marzo 1860. Federico I Barbarossa, ricevuta da papa Adriano IV la sacra unzione e la corona, concesse a Rimini, nel 1157, magistratura autonoma e facoltà di batter moneta. Nel secolo XIII fu libero Comune. Da questo periodo di tempo ebbero inizio le aspre lotte tra le famiglie guelfe dei Gambacerri e dei Malatesta e le famiglie ghibelline degli Omodei e dei Parcitadi, lotte che si chiusero nel 1295 con la vittoria dei Malatesta. L'origine di questa famiglia, cui sarà dato a prezzo però di lutti e di sangue d'illustrare grandemente la città, è avvolta nel buio. Chi la dice di stirpe romana, chi di ceppo tedesco, chi, con maggior ragione, la vuole discendente da antichi feudatari del Montefeltro e, poscia, del castello di Verucchio. La prima menzione storica si riferisce a un Malatesta, che, il 24 settembre 1136, acquistò da un tal Ugo di Monaldone quanto questi possedeva « tra il Marecchia e il Rubicone e dal mare al castello di Sogliano ». Suo figlio Gianni, alla fine del secolo, fu fatto cittadino di Rimini dove ben presto ebbe largo parentado e numerosa clientela. Già infatti nel 1239 un Malatesta dalla Penna riuscí ad ottenere la podesteria della città. Morto questi nel 1248, lasciò due figli, uno dei quali è il famoso Malatesta da Verucchio che Dante chiama « il Mastin vecchio ». Fu lui che nel 1295 diede inizio alla Signoria malatestiana in Rimini, in ciò validamente aiutato dal crudele primogenito Malatestino, « il traditor che vede pur con l'uno ».
Malatesta da Verucchio fece atto di sottomissione alla Santa Sede e le offri le proprie forze. Fu politico scaltro e ottimo guerriero. Non alterò la forma di governo costituita nel Comune, anche se accentrò in sé e nei. propri figli la somma del potere. La grandezza e la potenza della sua casa conseguono all'impulso dato da lui, non solo con l'acquisto di molte baronie aggiunte alle avite (Gradara, Ghiaggiuolo, Trebbo, Giovedía...), ma anche per averle procurato rinomanza, con l'ingegno e con le opere. Non credo d'esagerare dicendo con Luigi Tonini, che Malatesta da Verucchio fu ai suoi dí il primo guelfo di tutta la Romagna.
«Il Martin vecchio », che mori centenario nel 1312, sopravvisse alla terribile tragedia domestica che funestò la sua casa tra il 1283 e il 1285, quando Gaanciotto, suo figlio, uccise la moglie Francesca da Polenta e con lei il proprio fratello Paolo, rei d'adulterio.