Francesca da Rimini.
- lo cominciai: « Poeta, volentieri parlerei a que' due che insieme vanno, e paion si al vento esser leggieri ... ».
Non c'è mente umana che ignori questi mirabili versi e quelli che seguono (In/., V, 76-138), e che nel leggerli non si muova a pietà. Non c'è del pari persona che non si senta tratta a domandare come e dove e quando avvenne il lacrimevole dramma eternato dalla poesia di Dante. A queste domande io cercherò di rispondere con la maggior esattezza possibile. Cominciamo dai protagonisti. Giovanni, come Malatestino, Paolo, Rengarda, Ramberto, nacque da Malatesta da Verucchio e dalla prima sua moglie Concordia, figlia, questa, di messer Arrighino vicario imperiale in Romagna e di una donna dei Parcitadi.
Non si conosce esattamente la data di nascita. Si sa però che, oltre essere brutto e sozzo della persona, fu zoppo; lo soprannominarono pertanto « Gianciotto », « Lanciotto » ed anche « lo Sciancato ». La sua deformità era impronta di guerra e segno di valore. Ben presto le sue qualità di capitano divennero famose; le città della Romagna, delle Marche richiesero più volte l'aiuto del suo braccio. Pari, e forse superiori alle doti belliche, le sue virtù di politico; infatti, pur non essendo note tutte le podesterie da lui tenute, è certo che fu podestà di Pesaro nel 1285, nel 1291, nel 1294 e dal 1296 al 1304, ultimo della sua vita. Di lui si ricordano tre mogli: Francesca da Polenta, Zambrasina (o Ginevrasina) e Taddea; tre figli maschi: Tino, Guido e Ramberto; tre femmine: Concordia, Margherita e Rengarduccia. Concordia - oh ironia del nome! - gli nacque da Francesca.
Eccoci a Paolo. Al contrario del fratello Gianciotto, di cui, quanto all'età, era più giovane, era prestante e avvenente, tanto che in famiglia lo
Siamo stati una vita, e degna cosa
è che noi siamo una morte?
(Gabriele D'Annunzio, Francesca da Rimini, atto V)
vezzeggiavano con l'appellativo « Pauloccio » ed è passato alla storia col nome di Paolo il Bello. « Bello e piacevole uomo, e costumato molto », lo dice il Boccaccio nel Commento alla Divina Commedia; « acconcio più a riposo che a travaglio », fa eco Benvenuto da Imola. Non con questo si deve inferire che fosse un frivolo vagheggino; non per niente fu nominato Capitano del Popolo a Firenze. Nel 1269, a meno di vent'anni, sposò Orabile Beatrice, figlia ed erede di Uberto conte di Ghiaggiuolo, la quale era poco più che quindicenne. Fin dal primo anno di matrimonio gli venne al mondo un maschio, Uberto, e poscia Margherita.
Chi era Francesca? Era nata da Guido il Minore da Polenta, signore di Ravenna, il quale aveva una numerosa figliolanza: tre maschi legittimi, quattro naturali, due femmine. Ostasio, il primogenito, diverrà padre di Guido Novello, l'eletto principe e gentile rimatore che darà ricetto a Dante; Bernardino, il terzogenito, combatterà con l'Alighieri alla presa di Campaldino.
Tutti i cronisti, a cominciare dal Boccaccio, sono d'accordo sulla amabilità, il sensibile animo e la bellezza di Francesca. La sua vita, come quella della sorellina Samaritana, si svolse nel silenzio e nella austerità cui la obbligavano le vicende del casato. Padre e fratelli erano sempre lontani per la guerra; ogni tanto piombava sulla famiglia l'esilio, ogni tanto scoppiavano liti fra i parenti.
Un raggio di sole parve entrare nella monotonia della sua esistenza, quando le fu annunciato che sarebbe andata sposa al primogenito di una nota e potente casa: Giovanni Malatesta. Le nozze erano state combinate per ragioni politiche; il movente è però sconosciuto. Chi sostiene che fossero state decise per suggellare la pace fra i Polentani e i Malatesta, tra i quali era corsa una lunga guerra; chi opina che fossero nate dal proposito di Guido il Minore di gratificare i Malatesta, che l'avevano aiutato ad imporre il proprio dominio su Ravenna.
Siede la terra dove nata fui
Su la marina dove 'l Po discende
Per aver pace co' seguaci sui.
Inferno, V, 98-99Francesca da Rimini e Paolo Malatesta
1903
Akvarell, ceruza, papír, 35 x 25,5 cm
Magyar Nemzeti Galéria, Budapest
A questo punto bisogna affrontare un'altra questione di maggior rilievo: fu o non fu Francesca ingannata? In altre parole: dobbiamo o no prestar fede al Boccaccio che, com'è noto, sostiene che Francesca credette di sposare il bel cognato Paolo, invece di Gianciotto, accorgendosi dell'equivoco solo la mattina dopo, nel letto nuziale?
Scrive il Boccaccio che messer Guido, ascoltando il consiglio d'un amico, fece venire a Ravenna Paolo « con pieno mandato ad isposar Madonna Francesca », per procura del fratello Gianciotto. Andando Paolo «con altri gentiluomini per la corte dell'abitazion di messer Guido, fu da una delle damigelle di là dentro, che il conoscea, dimostrato da un pertugio d'una finestra a Madonna Francesca, dicendo, quelli è colui, che dee esser vostro marito: e cosi si credea la buona femmina. Di che Madonna Francesca incontamente in lui puose l'imimo e l'amor suo. E fatto poi artificiosamente il contratto delle sponsalizie; e andatone la donna a Rimino, non s'avvide prima dello inganno, che essa vide la mattina seguente al di delle nozze, levar da lato a sé Gianciotto: di che si dee credere, che ella vedendosi ingannata, sdegnasse, né per ciò rimovesse dall'animo suo l'amore già postovi verso Paolo »
Perché non si deve credere al Boccaccio? Perché chiamare « colorita novella » fantasia , « invenzione » et similia il suo racconto? Così dicendo, volutamente si dimenticano le seguenti considerazioni:
1) il Boccaccio ebbe lunghi colloqui con « un valente uomo chiamato Ser Piero di Mes. Gardino da Ravenna, il quale fu uno dei più intimi amici e servitori che Dante avesse in Ravenna »
2) il suo Commento alla Divina Commedia fu composto poco prima di morire, quand'egli aveva ormai lasciato ogni licenza di vita e gli argomenti fantastici e amorosi;
3) non è pensabile ch'egli, chiamato ufficialmente dalla Signoria di Firenze a leggere e commentare Dante nella chiesa di Santo Stefano, avesse inventato di sana pianta o romanzato un fatto infamante le due potenti Signorie romagnole.
Ci resta da precisare l'anno in cui avvenne il fosco episodio. Anche a questo proposito gli studiosi non sono concordi; chi più di tutti ha potuto documentare la data, è senza o dubbio lo storico riminese Luigi Tonini. Costui propende per il 1283-1285. Le argomentazioni da lui addotte sono, brevemente, le seguenti. Il 22 dicembre del 1282 Paolo Malatesta andò Capitano del Popolo a Firenze, dove probabilmente conobbe Dante. La carica, per la quale era richiesta l'età di trent'anni, durava sei mesi; ma il l° febbraio 1283 Paolo vi rinunciò per imprescindibili motivi personali ( « propter sua magna, varia, et ardua negotia exercenda et exspedienda, que sine sui presentia commode explicari non possunt?.. » ). Dopo di allora egli non compare più nei documenti.
The Death of Francesca da Rimini and Paolo Malatesta 1870 ; Oil on canvas; Musée d'Orsay at Paris
Jacopo della Lana annotò:
Or questa istoria si fu che Jhoanni Ciotto, figliuolo di Messer Malatesta d'Arimino, avea una sua mogliera [di] nome Francesca et figliuola di messer Guido da Polenta da Ravenna, la quale Francesca giacea con Polo, fratello di suo marito, ch'era suo cognato. Correptane più volte del suo marito, non se ne casticava. Infine trovolli in sul peccato, prese una spada et conficcolli insieme in tal modo che abbracciati ad uno morirono.
Da una iscrizione venuta alla luce l'anno 1856 nella Rocca di Pesaro, si arguisce che dopo il 2 aprile del 1285 Gianciotto era Podestà di Pesaro; ma poté aver avuto l'alto incarico anche qualche tempo innanzi. Per legge o per uso i Podestà non si facevano accompagnare dalla famiglia nella sede del loro ufficio; adunque Gianciotto commise il duplice assassinio o nel 1285, o nel 1284, o sul finire del 1283, altrimenti non si spiegherebbero queste parole del Boccaccio: .« E perseverando Paolo e Madonna Francesca in questa dimestichezza; ed essendo Gianciotto andato in alcune terre vicine per podestà, quasi senza alcun sospetto, insieme cominciarono ad usare. Della qual cosa avvedutosi un singolare servitore di Gianciotto, andò a lui, e raccontandogli ciò, che delle bisogne sapea; promettendogli, quando volesse, di fargliene toccare e vedere. Di che Gianciotto fieramente turbato, occultamente tornò ad Rimino ... »
Concludendo: il delitto fu consumato tra la fine del 1283 e il 1285, quando cioè Paolo aveva superato di poco i trenta anni e Francesca poteva avere qualche anno di meno. Ora rispondiamo all'ultimo quesito: dove si svolse la tragedia? A Rimini? a Gradara? a Pesaro? a Santarcangelo di Romagna? Pochissime e di nessun valore storico sono le prove addotte dai sostenitori delle tre ultime località. Per Rimini invece si schierano irrefutabili ragioni, tacite e palesi: tanto che vien fatto di stupirsi che Rimini non abbia ancora. provveduto a valorizzare e dal lato culturale e da quello turistico codesta priorità.
Hanno taciuto il luogo e pertanto implicitamente ammettono che il fatto sia accaduto a Rimini, ove fu il domicilio dei Malatesta, lo stesso Alighieri; poi la Cronaca latina di Marco Battaglia scritta nel 1354; l'Anonima volgare riminese che giunge al 1385; il Commento di Benvenuto da Imola del 1386 circa; l'altro Commento di fra Giovanni da Serravalle, scritto nel 1416; e, infine, la Cronaca di Baldo. de' Branchi del 1474.
Hanno espressamente nominato Rimini, oltre - come vedemmo - il Boccaccio, Jacopo dalla Lana e il Gradonigo, nei loro Commenti alla Divina Commedia composti nel Trecento. Né si deve passar sotto silenzio, anche se non si abbiano prove sufficienti di veridicità, quanto scrisse nel 1581 Giovanni Andrea Corsucci nel suo libro Il Vermicello della seta. Egli racconta: « Non sono molti giorni, che nella Chiesa di S. Agostino di Rimino furono trovati in un'arca di marmo Paolo Malatesta e Francesca già figliuola di Guido da Polenta Signor di Ravenna, i quali furono ammazzati da Lanciotto figliuolo di Malatesta Signor di Rimino, fratello di detto Paolo, ambiduo con un colpo di pugnale miseramente uccisi... Le vesti, de' quali erano di seta, e per tanti e tant'anni state in dett'arca, apparevano belle e come nuove ... »
Non si sa dove fini quella tomba, né da quali segni i corpi ivi ritrovati fossero ritenuti di Paolo e Francesca. È significativo che lo stesso Boccaccio ammetta che i due amanti siano stati seppelliti in una medesima sepoltura.
Quanto al luogo ove fu consumato il delitto, mi limito a dichiarare che la - miglior tesi sembra quella che propende pel Gattolo de' Malatesta. Quivi, già al cadere del Duecento, sorgevano le splendide abitazioni dei Signori di Rimini. Furono abbattute nel secolo XV per far posto alla Rocca, di cui parleremo a suo tempo.
Spento violentemente Paolo, morti rispettivamente nel 1304 e nel 1312 Gianciotto e Malatesta da Verucchio, la Signoria di Rimini passò al Malatestino. La sua vita fu una serie di crudeltà, di violenze, d'inganni, anche se illuminata dall'audacia guerriera. Con l'aiuto di Roberto d'Angiò, re di Napoli, allargò lo Stato. A lui successe Pandolfo, figlio della seconda moglie di Malatesta da Verucchio, che nel 1325 vide -riconosciuta ufficialmente la Signoria della sua famiglia in una Bolla di Giovanni XXII. Fu valoroso ed esperto negli affari politici; attese. al miglioramento della città, riparò le mura; il popolo lo amò. Dopo Pandolfo, morto nell'aprile 1326, il potere toccò a Ferrantino, poi (1335) a Malatesta II e Galeotto. Questi, che erano fratelli, estesero il dominio a molte terre, tra cui Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona, Recanati, Ascoli, lesi, Osimo, Fossombrone, Borgo San Sepolcro.
Quando il 27 agosto 1364 Malatesta II mori, rimasero di lui una decina di figli, tra legittimi e naturali; i più noti sono Pandolfo II e Malatesta l'Ungaro, con i quali ha inizio il ramo dei Malatesta di Pesaro. Importante è la figura del primo; Pandolfo II fu bello, coraggioso, dedito ad opere di pietà e di studio. Conviene sottolineare questo ultimo aspetto.