La Rimini di Federico Fellini è, al tempo stesso, una città vera e una città virtuale. Luogo della memoria, dell'iniziazione e del mito, essa ricorre da un capo all'altro della filmografia felliniana: ora come protagonista assoluta ( Amarcord), ora quale coprotagonista ( I vitelloni), altre volte come ospite d'onore, guest star.
La prima apparizione esplicita di Rimini risale dunque ai Vitelloni, dove la capitale balneare della Romagna appare nel suo aspetto invernale: la
provincia sonnolenta, il mare deserto, la frustrazione di un gruppo di giovani che tutto spingerebbe all'evasione, o alla fuga. Il termine che designa i personaggi del titolo italianizza una parola del dialetto riminese, vidlòn: il figlio di mamma, mantenuto dai familiari, che passa il tempo oziando e non ha lavoro, né alcuna intenzione di trovarlo (la notorietà internazionale del film ha guadagnato alla parola "vitellone" una voce nel Dizionario della lingua italiana di Devoto e Oli). Il capolavoro giovanile di Fellini, che è datato 1953, sancisce già una dicotomia fondamentale tra città storica (quella invernale) e città balneare (quella estiva): ribaltando la norma urbana, l'estate è per molti riminesi la stagione del lavoro, l'inverno il tempo delle vacanze. Un altro mondo, insomma, dove la memoria felliniana trova terreno fertile per fondare un mito personale, che il cineasta saprà rendere collettivo. Il luogo identificativo centrale della città è, nel film, la piazza Cavour; intorno a essa lo spettatore deve costruire una sorta di carta topografica immaginaria, situando le abitazioni dei personaggi: il mite Moraldo (Franco Interlenghi), Fausto il seduttore (Franco Fabrizi), l'infantile Alberto (Alberto Sordi), che vive con l'anziana madre e la sorella alga. È in piazza Cavour, per esempio, che Moraldo ritrova ancora in maschera l'amico Alberto, afflitto da un attacco di sbornia triste, la mattina dopo il veglione di Carnevale.
Ma se la piazza e la sua fontana ricorrono nelle immagini, non vi compaiono invece gli altri luoghi caratterizzanti lo spazio urbano riminese: né l'Arco d'Augusto, né il Tempio Malatestiano, né il ponte di Tiberio. Oltre alla piazza, i riferimenti spaziali significativi sono la stazione ferroviaria, potenziale punto di fuga intorno al quale gravitano i progetti dei giovani riminesi (ma da qui, alla fine, soltanto Moraldo partirà), e la spiaggia. Le immagini della spiaggia, che aprono il film con il concorso di bellezza al Kursaal, scandiscono tutto il racconto, in versione diurna e notturna, ora grigia ora luminosa. Gli amici vi passeggiano facendosi confidenze e ingannando il tempo; sulla spiaggia Alberto sorprende insieme all'amante la sorella alga, che a casa rimprovererà di far piangere la mamma; è ancora sul bordo dell' Adriatico, in una notte buia e ventosa, che il capocomico di una compagnia tenta di sedurre l'aspirante drammaturgo Leopoldo (Leopoldo Trieste). E quando Sandra (Eleonora Ruffo), sorella di Moraldo e moglie infelice di Fausto, scompare, le ricerche si indirizzano alla spiaggia nel sospetto del suicidio in mare. Lo spettatore .dei Vitelloni non vede, a conti fatti, molto della: eppure tutto quel che accade nel film viene definito in rapporto a essa. Il fatto è che Fellini ha già costruito la "sua" Rimini, universo parallelo che è spazio urbano sì, ma soprattutto spazio della memoria e del mito. Per verificare questo valore
mitico, torniamo alla spiaggia. Nella filmografia del regista la spiaggia rappresenta senza dubbio un fulcro, che può perfino ispirare purificazione come nella sequenza finale (ma, nel caso, si tratta della spiaggia di Ostia) della Dolce vita; soprattutto, però, è il luogo per antonomasia dell'iniziazione ai misteri del sesso. In una celeberrima sequenza di Otto e mezzo, i bambini incontrano la Saraghina, vero archetipo femminile felliniano, la donna Moby Dick che vive sulla spiaggia e che la sceneggiatura del film descrive così: "Una donna sui 40 anni, vestita come una mendicante, spettinata, le cui forme animalescamente ricche e non del tutto sfasciate conservano il resto di un'antica bellezza". Minacciosa, aggressiva, per i ragazzi la Saraghina rappresenta il richiamo irresistibile e insieme la paura del sesso. Allo stesso modo della sua omologa di Amarcord, la Volpina, anche lei solita aggirarsi per la spiaggia. In spiaggia, poi, ci sono le cabine, che permettono al protagonista bambino della Città delle donne di spiare da un pertugio la provocante turista. Ma la vera fondazione di Rimini come universo mitico felliniana sarà completa soltanto con Amarcord, realizzato nel 1973, venti anni esatti dopo I vitelloni, e che mostra consapevolezza del mito fin dal titolo. Film barocco in ogni fotogramma, Amarcord è una cronaca riminese costruita sul ciclo delle quattro stagioni. La parola che l'autore scelse per
titolarlo - anche questa entrata, poi, nell'uso comune - non si potrebbe tradurre con un semplice "mi ricordo". È un segno cabalistico, che la pronuncia (regolarmente sbagliata: la "o" dev'essere chiusa) rende ancor più enigmatico e su cui si adagia la topografia fantastica della città. Fin dalle prime immagini Fellini ci presenta i luoghi dell'azione: case, cortili, la piazza e il corso, le mura del cimitero, la spiaggia, il Grand Hotel. Tutte le scenografie, insomma, del grande teatro felliniano. La spiaggia, frontiera tra due mondi, terra di nessuno e luogo della solitudine, la conosciamo già. A essa si contrappongono la piazza e il corso, che disegnano l'ambito della socialità e della vita collettiva. La città del ricordo si concentra tutta in una piazza, condensato di due luoghi riminesi: piazza Cavour e piazza Tre Martiri. Più che una piazza è un archetipo, un' "universale" che contiene fontana e chiesa, bar e camera di commercio, negozi e portici. E cinema. Qui è il cuore di Rimini: frequentare questo luogo è segno dichiarato che si appartiene alla città. Il direttore della sala cinematografica vi coltiva pubblicamente la pretesa rassomiglianza con l'attore Ronald Colman; Gradisca, la bella di Rimini, vi porta a passeggio la propria sensualità, sotto la custodia delle sorelle. Gradisca si ferma davanti al Fulgor per guardare i manifesti della pellicola in programmazione. «Quando esce il film con Gary
Cooper?», chiede al proprietario. «Domenica». E lei, soddisfatta, riprende la sua passeggiata. Ma il Fulgor esige un capitolo a parte. Da ragazzo lo frequentava uno spettatore d'eccezione, Federico Fellini, che poi si sarebbe guadagnato l'ingresso gratuito disegnando (sotto lo pseudonimo di Fellas) caricature delle star americane, da esporre all'ingresso del cinema o del Caffè Giovannini. Situato nel corso d'Augusto, nelle vicinanze di piazza Cavour, il Fulgor fu il luogo dell'iniziazione cinematografica del futuro regista, che lo avrebbe evocato in Amarcord e nella parte iniziale di Roma. Nulla, per la verità, ci indica che in Roma si tratti proprio del Fulgor, ma è facile dedurlo dai ricordi felliniani: la bolgia, la folla rumoreggiante, i film in costume antico romano e la moglie del farmacista, "peggio di Messalina" secondo la voce popolare.
Solo con Amarcord, però, la sala cinematografica diventa luogo mitico, col suo gestore impomatato, il suo pubblico, la Gradisca. Difficile non provare una certa reverenza nei confronti del Fulgor, quando si pensa al ruolo che ha svolto nella creazione dell'immaginario felliniano. Rimini, però, ha un rapporto diretto anche con l'altra componente fondamentale dell'universo spettacolare del Maestro: il
circo. All'inizio dei Clowns, un bambino guarda un piccolo circo venuto a piantare le tende in una città romagnola. Il film ci fa capire che potrebbe essere un qualsiasi luogo della Romagna: ma è anche, e soprattutto, Rimini. È qui che il piccolo alter ego di Fellini fa l'incontro inevitabile con il proprio destino. Il circo non è altro se non la forma spettacolarizzata di tutto quell'universo che si dava convegno nelle "rotonde" della spiaggia riminese, una umanità destinata a passare direttamente nel cinema di Federico adulto. Oltre ai fotogrammi, basta guardare i suoi disegni; in particolare, quelli in cui l'autore immaginava e schizzava i personaggi del film da fare. Per Amarcord, per esempio, c'è lo zio di Titta, detto " il Pataca ", playboy rivierasco cui è dedicata una sequenza divertente. È notte, sulla terrazza del Grand Hotel, e il Pataca, in smoking bianco, balla con una giovane straniera sussurrandole: «Sei polacca? Perché solo le polacche hanno questo fuoco negli occhi». E insiste: «Allora sei cecoslovacca. Perché solo le cecoslovacche hanno questo fuoco negli occhi». Poi propone: «Visto mare? Spazziren con mé laggiù?». Tornerà più tardi, ripulendosi ostentata mente gli abiti e rispondendo alle domande di due curiosi: «E come doveva andare? Con le tedesche sono sempre andato
tranquillo, io! È innamorata cotta». Altro fondamentale topos felliniana, il Grand Hotel, dove si svolge questa scena, è letteralmente un mondo parallelo: esotico, inaccessibile, costruito per ospitare comunità temporanee di ricchi stranieri, si offre alla fantasia dei bambini come il luogo leggendario di avventure da favola. Impossibile dedicargli altre parole che quelle dello stesso regista: «Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kalì: tutto avveniva al Grand Hotel. Le sere d'estate il Grand Hotel diventava Istanbul, Baghdad, Hollywood. Sulle sue terrazze, protette da cortine di fittissime piante, forse si svolgevano feste alla Ziegfel. Si intravedevano nude schiene di donne che ci sembravano d'oro, allacciate da braccia maschili in smoking bianco, un venticello profumato ci portava a tratti musichette sincopate, languide da svenire. Erano i motivi dei film americani: Sonny boy, I love you, Alone, che l'inverno prima avevamo sentito al cinema Fulgor e che poi avevamo mugolato per interi pomeriggi ...».
Siamo in piena fantasticheria: nel grande sogno cinematografico che Federico Fellini ci ha insegnato a sognare insieme a lui. E che, ancora in
Amarcord, culmina con l'''epifania'' del transatlantico Rex. Dal molo partono i riminesi per andare ad ammirarlo; tutti lo aspettano ansiosi, nella notte dell' Adriatico, a bordo delle imbarcazioni più disparate: barche, motoscafi, "mosconi" (il nome romagnolo del pattìno). Forse non arriverà più ... E invece ecco apparire, con le parole di Fellini, «una montagna nera, più buia della notte, che diventa sempre più grande e viene avanti. L'immenso bastimento, tutto pavesatodi luci, scivola via davanti a loro come un sogno meraviglioso. Adesso il Rex è già lontano, è una piccola ghirlanda di luci, una costellazione tra le tante del cielo. Ancora un mugolio lontano, fioco, della sirena di bordo».