Da una breve intervista fatta a Federico Fellini.............: I cinquanta film da lui più amati? «Cinquanta film? Ma vuoi scherzare? Non ne ho mai visti tanti in vita mia!». Poi, pungolato, e in fondo anche divertendosi al gioco, ha finito con l'indicarmene quarantadue, sia pur continuando a negare di averli visti tutti.
«I film della mia vita» pareva a Fellini una formula troppo impegnativa. Come intitolarlo, allora, questo panorama dei film preferiti e consigliati dal regista? «Potremmo intitolarlo, semplicemente, «I film che ho visto». Azzardo un'obiezione: la formula non sembra tale da attirare con forza il pubblico popolare cui la rassegna è anzitutto rivolta. «I film che vorrei rivedere, anzi che voglio rivedere: va meglio, questa formula?». Perfetta.
Ed ecco il personalissimo elenco delle opere indicate da Fellini:
1. Il monello di Charlie Chaplin (1921);
2. Maciste all'inferno di Guido Brignone (1926);
3. Il circo di Charlie Chaplin (1928);
4. Il cameraman ovvero Io e la scimmia di E. Sedwick, con Buster Keaton (1929);
5. L'Angelo Azzurro di Joseph von Sternberg, con Marlene Dietrich (1930);
6. Le luci della Città di Charlie Chaplin (1931);
7. Scarface, lo sfregiato di Howard Hawks (1932);
8. King Kong di M.C. Cooper ed E.B. Schoedsack (1933);
9. Fra' Diavolo di C. Rogers, con Stan Laurel e Oliver Hardy (1933);
10. She Done Him Wrong di L. Sherman, con Mae West (1933);
11. Una notte all'opera di Sam Wood, coi fratelli Marx (1935);
12. La bella brigata di Julien Duvivier (1936);
13. Un giorno alle corse di Sam Wood, coi fratelli Marx (1937);
14. La grande illusione di Jean Renoir (1937);
15. Orizzonte perduto di Frank Capra (1937);
16. Ombre rosse di John Ford (1939);
17. Fantasia di Walt Disney (1940);
18. L'orgoglio degli Amberson di Orson Welles (1942);
19. Paisà di Roberto Rossellini (1946);
20. Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin (1947);
21. Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1948);
22. Giungla d'asfalto di John Huston (1950);
23. Viale del Tramonto di Billy Wilder (1951);
24. I sette samurai di Akira Kurosawa (1954);
25. Senso di Luchino Visconti (1958);
26. I quattrocento colpi di Francois Truffaut (1958);
27. Il volto di Ingmar Bergman (1958);
28. L'avventura di Michelangelo Antonioni (1960);
29. Totò, Peppino e la dolce vita di Sergio Corbucci (1961);
30. Il lavoro di Luchino Visconti, da Boccaccio 70 (1962);
31. Divorzio all'italiana di Pietro Germi (1962);
32. Il servo di Joseph Losey (1963);
33. Gli uccelli di Alfred Hitchcock (1963);
34. Agente 007 Dalla Russia con amore di Terence Young (1963);
35. Agente 007 Missione Goldflnger di Guy Hamilton (1964);
36. I pugni in tasca di Marco Bellocchio (1965);
37. Rosemary's Baby di Roman Polanski (1968);
38. Uomini contro di Francesco Rosi (1970);
39. L'arancia meccanica di Stanley Kubrick (1971);
40. Il fascino discreto della borghesia di Luis Bunuel (1974);
41. Il fantasma della libertà di Luis Bufiuel (1974);
42. Barry Lyndon di Stanley Kubrick (1977).
Non pago di aver così sospinto Fellini a specificarmi i film che ama, riesco anche ad indurlo alla fatica supplementare di motivarne la scelta: ciò che avviene durante due distese conversazioni a Cinecittà, dove il regista sta preparando il suo nuovo lavoro, E la nave va..., nel clima di fervore operativo che coinvolge in questi mesi gli interi stabilimenti, ora non più in crisi, ma riproposti addirittura a simbolo della tenace vitalità del nostro cinema.
Per quale ragione, comincio a chiedere, mancano alcuni dei classici più illustri dello schermo, in quest'antologia composta da Fellini? Come mai non vi figurano né un Eisenstein, né un Dreyer, né uno Stroheim? «Perché non li ho proprio visti», risponde il regista romagnolo, sfoderando il più suadente dei suoi sorrisi per dissipare l'ombra di dubbio che forse ha letto nel mio sguardo.
«All'età in cui avrei dovuto formarmi una cultura cinematografica, cioè tra la fine degli anni Trenta e l'inizio dei Quaranta, non frequentava i "cineguf", dove si potevano appunto vedere i classici, sovietici compresi. A quel tempo, se andavo al cinema, ci andavo soprattutto per il varietà, l'avanspettacolo. Olimpia Cavalli, Clely Fiamma erano le mie "dive" preferite, insieme col Trio Holt: tre bellissime ragazze che cantavano e ballavano, con delle coscione da guaiti. Insomma diciamo che emozioni circensi-postribolari mi rendevano un assiduo frequentatore di questo spettacolo veloce, dinamico, aggressivo, da collegiali, da soldati in libera uscita, da saloon, da slapstick teppistico, che scatenava la platea provocando urla o scazzottate, rincorse attraverso la sala, veri tumulti...». Ricordate il varietà chiassoso e pittoresco di Luci del varietà, de I vitelloni, di Roma? Ci siete: Fellini assicura di non aver inventato nulla, solo colorito un poco.
«Il film era come un intervallo pubblicitario, magari lunghetto, fra uno spettacolo e l'altro. A volte capitava anche di vedere bei film, naturalmente di seconda o terza visione. Ma le mie preferenze -ricorda Fellini - sono sempre andate al "film da ridere", al cinema comico. Non sono mai stato un fanatico di Gary Cooper, l'eroe generoso ed intrepido, tipico del cinema d'avventura patriottico. Mi era più simpatico Clark Gable, ironico e sfottente, che camminava in frac fra le macerie di San Francisco. Ronald Colman? Sì, mi piaceva pure lui, ma non quanto me lo son fatto ripiacere più tardi, quando pensavo al Viaggio di G. Mastorna.
I miei beniamini erano gli attori comici, che mi apparivano, come mi appaiono tuttora, autentici benefattori dell'umanità, straordinari missionari in mezzo al mondo della vita quotidiana, il mondo che ha più bisogno di una parola di serenità, di conforto. I comici mi piacevano tutti, da Harry Langdon a Ridolini, da Charlie Chaplin a Buster Keaton, da W.C. Fields ai fratelli Marx, Stanlio e Ollio, Jimmy Durante, Harold Lloyd... Anche i minori mi piacevano, anche Danny Kaye e i fratelli Ritz e Eddie Cantor, anche Gianni e Pinotto, Norman Wisdom...».
L'impresa non è semplice, perché Fellini ha vivissimo il gusto della divagazione; ma tento ugualmente di portarlo ad esprimermi il suo giudizio sui vari film che egli vorrebbe rivedere. Maciste all'inferno? «E veramente la mia prima immagine del cinema, anche se ormai fa parte di quella mitologia dell'infanzia che mi sono in gran parte inventata; il mio primo impatto con quella cosa che si muoveva, che assomigliava alla vita, ma che era un po' più grande della vita, così come gli attori che apparivano sul lenzuolo erano più grandi degli esseri reali... L'ho visto davvero sulle ginocchia di mio padre, Maciste all'inferno, perché, piccolo com'ero, non lo avrei visto affatto dal fondo della poltrona, in quel cinema di Rimini dove si respirava un odore che dava il pizzicorino agli occhi, l'odore caramellato ma intenso d'una specie di flit che la maschera spruzzava in giro, a scopo igienico. Ricordo benissimo quel gigante buono a torso nudo, e quella femminona, Proserpina, dagli occhioni bistrati e dal pettone ansante e sudato, i colpi di tosse di tutta quella gente che riempiva la sala, l'odore di sudore che si mescolava a quello dolciastro e pungente dell'insetticida, e ricordo anche la prima sensazione che ne trassi delle divisioni sociali, osservando le persone che occupavano i posti di galleria, i 'distinti' (quelli dove stavo io con mio padre, nella seconda metà della platea) ed i 'popolari', proprio sotto lo schermo».
Anche il primo ricordo di Charlot risale all'infanzia. «Chaplin è l'avventura stessa del cinema, il mistero del cinema, espressi da un attore comico di circo, cioè dall'attore meglio adatto a familiarizzare con un mezzo fondato sul movimento. E stata una grande scoperta. I film di Charlot, a Rimini, li programmavano a Natale, quando c'erano la neve e l'albero e le vacanze, e quindi erano ancora più belli. Il monello, La febbre dell'oro, Luci della città li avrò visti tre o quattro volte, e ridevo e piangevo di commozione e di entusiasmo.
Il circo - continua Fellini - l'ho visto solo sette od otto anni fa, al "Sistina": mi sembra uno dei film più belli di Chaplin, dei più puri. Anche perché appartiene a quella felice zona di confine tra il racconto fantastico e l'ideologia socialista che subentrerà, sempre più evidente, nelle sue opere successive. Qui è tutto immediato, diretto: non ci sono discorsetti applicati come in Monsieur Verdoux, altro film bellissimo, che però scopre troppo il gioco nel discorsetto finale del protagonista davanti alla Corte. Verdoux lo vidi quando uscì, e mi piacque subito moltissimo, per quel suo carattere amaro, crudele, aggressivo... Mi sembrò straordinario che nell'euforia della vittoria, mentre imperversavano i vari film celebrativi, tipo Sergente York, un cineasta potesse essere così duro, disperato e pazzo. Solo perché lo trovava impersonato da Chaplin la gente parteggiava per questo mostro, per questo folle psicotico che "doveva" ammazzare le donne perché aveva una moglie paralitica... A parte le calcolate coincidenze con l'attualità, a parte i riferimenti alle funeste ideologie del secolo, quello che colpisce in Monsieur Verdoux è l'implacabile misoginia di Chaplin, capace di esprimersi in scene straordinarie: vedi la famiglia del farmacista con la moglie "culona", vedi soprattutto gli incontri con la clownesca, vitalissima Martha Raye, vittoriosa comunque sempre, l'unica donna di cui il mostro non riesca ad aver ragione».
Buster Keaton, a differenza di Chaplin, non appartiene all'infanzia, ma alla maturità di Fellini, almeno come coscienza della sua grandezza.
«Sì, certo, faceva ridere anche da ragazzi, perché le situazioni che affrontava quel tipetto indecifrabile, lunare, extraterrestre, erano situazioni da "comica finale": inseguimenti, capitomboli, torte in faccia... Sentivo confusamente che la sua malinconia era diversa da quella di Charlot, personaggio più facile, più buffo, più patetico, che nonostante quegli occhi chiari da gatto spelacchiato e avido era un pupazzetto che potevi anche portarti a casa. Buster Keaton dava un po' di soggezione, era più intellettuale, più sottile, e se risultava ugualmente fascinoso lo si doveva soprattutto a quella sua sfingea inconoscibilità».
Charlot è forse più grande, a giudizio di Fellini. «Ma senza dubbio Keaton è più misterioso, più artista, più poeta. E certamente più leggibile in chiave moderna, per via di quella sua alienazione totale, in cui possiamo riconoscere la nostra stessa alienazione. Questo, però, l'ho capito trent'anni dopo. Forse Keaton ha avuto la disgrazia di arrivare troppo in anticipo sui tempi. La sua imperturbabilità sconcertante sembra quasi suggerirti il distacco del buddismo zen. Se riesci a raggiungere questa distanza, questa disemozionalità, rendi i conflitti con la realtà e ciò che chiamiamo "realtà" inesistenti: ti possono precipitare addosso le montagne e tu non ti scomponi; tutto quanto perde di peso, di problematicità, di dramma e diventa illusione, sogno; sicché, alla fine sei tu il vittorioso. In fondo, la scelta di questa maschera imperturbabile, da parte di Buster Keaton, poteva essere anche un invito a come comportarsi nella vita».
E i fratelli Marx? «A Rimini sono stato tra i pochissimi ad amarli subito, appena apparvero. Il loro umorismo concitato, folle, surreale provocava sconcerto; la gente si sforzava di ridere ma non si divertiva, non li capiva. Il regime fascista, poi, non li guardava certo con simpatia, avvertendo oscuramente nelle loro farse catastrofiche qualcosa di diverso dagli innocenti pasticci di Stanlio e Ollio, che si rifacevano semplicemente alle rovinose cadute delle entrées clownesques, secondo le regole di una candida quanto collaudata tradizione circense. Negli epiloghi apocalittici delle storie dei fratelli Marx erano rintracciabili i germi di una contestazione che poteva rappresentare, a livello inconscio, una ribellione ben più pericolosa, un 'irruzione' dell'irrazionale e dell'assurdo. Tutte le convenzioni dei codici in uso, a cominciare da quello delle buone maniere venivano fatti rovinosamente franare».
Ecco perché i Marx piacevano tanto al giovane Fellini: perché il loro ribellismo si incontrava con il suo. «Intendiamoci: il mio era il ribellismo istintivo dello studente, non quello del politico, del cittadino consapevole di soffrire sotto l'infame giogo del fascismo. Ero un trasgressore, non un rivoluzionario. Ancora oggi sono, più che altro, un contravventore. Mi piace che tutto sia ordinato, per poter contravvenire a quest'ordine. Mantenere un piccolo spazio di libertà, da liceale ribelle. Come vedi, non sono ancora riuscito a crescere abbastanza da considerarmi 'adulto'...».
Stan Laurel e Oliver Hardy sono «i più puri» secondo Fellini: «non hanno nessuna lezione da darci non pretendono di insegnarci niente, vogliono solo divertirci; adesso vi facciamo ridere, dicono, e mantengono la promessa». Guardateli in Fra' Diavolo: «il ridere per il ridere; è, proprio, la grazia».
Sembra che Stan Laurel fosse il vero inventore dei gags della coppia; «ma certo il ciccione era irresistibile». Ed è stato anche il primo, sottolinea Fellini, a commentare l'azione col pubblico, guardando la macchina da presa: «talvolta con uno sguardo che sembrava quasi rivolgerci un patetico invito a soccorrerlo nella sventura, talaltra con una mimica che manifestava allo spettatore tutta una tacita filosofia della rassegnazione, di fronte all'inevitabile catastrofe finale».
Un altro aspetto della natura di Stanlio e Ollio il regista riminese trova straordinario: «la totale asessualità dei personaggi, tipica di tutti i grandi clowns. Potevano dormire insieme abbracciati come due bambini, Stanlio e Ollio, senza che l'ombra di alcun riferimento con la fisicità più pesante della vita venisse a sfiorare l'animo degli spettatori. Pure Charlot, certamente, pure Buster Keaton avevano un'analoga asessualità; persino i fratelli Marx l'avevano, nonostante che Groucho camminasse con la schiena curva e le gambe storte, come se trascinasse il peso di un fallo enorme».
Ma lasciamo il cinema comico, prediletto da Fellini, per portare lo sguardo su altri generi, sempre seguendo la traccia della lista dei film più cari al regista. Parliamo del famoso Angelo Azzurro di Sternberg.
«Sarà forse perché lo vidi molto tempo dopo - dice Fellini - ma rimasi un po' deluso da tutto questo decantato fascino sessuale; Marlene Dietrich non mi apparve poi così straordinariamente femmina, come tutti la vedevano. E anche EmiI Jannings, nel personaggio del vecchio professore, con quel faccione da impiastricciare di rimmel e di rossetti, che mi ricordò in senso negativo quello di altri gigioni del teatro di allora, da Ermete Zacconi ad Harry Baur. Mi piacque invece avvertire quel tanto di stralunato e crudele che è proprio dell'espressionismo tedesco: un movimento che mi ha sempre affascinato, anche per i suoi legami con certe esperienze del surrealismo, e che mi è molto congeniale; anch'io penso di fare dei film di espressione. A parte, poi, l'attrattiva che su di me hanno sempre esercitato il cabaret, l'avanspettacolo... Mi pare, anzi, che l'autentico fascino del film sia da vedere proprio in questa sua schematizzazione quasi burattinesca, da teatro cabarettistico».
In generale, però, «le storie delle passioni fatali mi lasciano indifferente», confida Fellini. «Le grandi storie d'amore della Garbo e della Dietrich mi hanno sempre un po' annoiato. Mi sono sentito escluso da quegli amori della Garbo sempre mescolati a drammatiche questioni di Stato: di fronte al dilemma se sia opportuno o meno far la guerra all'Inghilterra e poi fuggire con John Gilbert, non sono mai riuscito a scaldarmi. Preferisco Stanlio e Ollio. Pur riconoscendo che Greta Garbo è un'eccezionale marionetta, una pallida fatalona inquietante e un po' macabra, ma dall'indubbio fascino, nonostante il peso dei suoi problemi europei...».
Differente è il discorso che Federico Fellini fa per una «diva» del tipo di Mae West, la pittoresca, vitalissima «Lady Lou» di Sbe Done Him Wrong. «C'è tanta di quella ironia, nel suo modo di apparire femmina in misura così estrema e caricaturale, da ispirare simpatia». Per spiegarsi con un esempio classico, il regista aggiunge: «Con Mae West, ecco, sarei andato a pranzo volentieri (fui anche in contatto con lei per una parte nel Satyricon). Ma con Greta Garbo, no, non saprei proprio cosa dire».
Pubblicato il: 4 Agosto 2006
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Parliamo ora di Scarface, che Fellini vide all'epoca in cui uscì. «Hammett e Chandler, forse, non li conoscevo ancora - commenta il regista - ma leggevo Il cerchio verde di mondadoriana memoria, leggevo i primi romanzi polizieschi, editi anch'essi da Mondadori. Scarface ti riproponeva il fascino oscuro delle imprese criminose. A dispetto del fascismo: che incrementava la diffusione di questi film per dare dell'America un'immagine disastrata, negativa, opposta a quella del nostro beato paese, dove non si ammazzava mai nessuno, e tanto meno ci si suicidava, se non per qualche tragico sbaglio...».
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