Montefiore e Gradara: Residenze estive dei Malatesta. Nella seconda metà del Trecento, consolidata la loro signoria e ottenuta la carica ufficiale di "vicari ", i Malatesti modificarono alcune rocche per renderle adatte ad ospitare la loro corte che, per ricchezza e raffinatezza, ormai gareggiava con le grandi corti dell'Italia centrale. Gradara soprattutto e Montefiore furono appunto, oltre che rocche pressoché imprendibili, sontuose residenze temporanee, di villeggiatura diremmo oggi, specialmente nei periodi più favorevoli alla caccia.
Il mastio è stato costruito attorno al 1150 dalla potente famiglia dei De Griffo, ma furono i Malatesti a costruire la Fortezza e le due cinte di mura tra il XIII ed il XIV secolo e dare a Gradara l?aspetto attuale. Il dominio dei Malatesti su Gradara finì nel 1463 quando Federico da Montefeltro espugnò la Rocca al comando delle milizie papali. Il Papa affida in vicariato Gradara agli Sforza di Pesaro, fedeli alleati della Chiesa.
Si dà anche il caso di edifici costruiti proprio come "delizie ", e trasformati poi in fortezze: per esempio la villa delle Caminate a tre miglia da Fano, fatta costruire da Galeotto nel 1365 e decorata da Pace da Faenza, purtroppo totalmente distrutta. Montefiore è ben visibile tanto da Rimini che da tutta la pianura riminese. Domina la media valle del Conca e quella del Ventena, e fa parte della catena più salda e coerente di tutto il sistema difensivo malatestiano; per comprenderne l'importanza strategica basta considerarlo in relazione, cioè in contrasto, con le rocche feltresche di Tavoleto e di Sassofeltrio. Forse è il più caratteristico dei castelli malatestiani per la sua forma prismatica e per il risalto che vi ha la rocca, dall'aspetto anomalo, quasi surreale, per essere liscia e sfaccettata, compatta e cristallina; non c'è da meravigliarsi che sia rimasta negli occhi, e forse nei taccuini di viaggio, di Giovanni Bellini, che ebbe a riprodurla nello sfondo di almeno due suoi dipinti. Purtroppo la visione ravvicinata è un po' deludente per gli ampi rifacimenti che l'edificio accusa, condotti nel dopoguerra con una insensibilità rara, e che hanno stravolto e cancellato molti elementi originali capaci di fornire indizi utili per la sua comprensione e per una più sicura ricostruzione (ideale, s'intende). Già nel Duecento l'edificio doveva avere una notevole mole e un buon assetto funzionale, con una torre a cui si affiancava, appena distaccato, un palazzo residenziale; entrambi erano protetti da un recinto murato, che racchiudeva al centro un cortile con cisterna, modellato sul cocuzzolo della collina. Al secolo successivo risalgono ampliamenti consistenti e le mura che circondano tutto il paese e formano un grande recinto difensivo in cui è inclusa anche la rocca. Abbiamo notizie di vari restauri e di modifiche, dovuti a Sigismondo, ma prima ancora a Malatesta Ungaro, che predilesse questo edificio e lo fece decorare con un bellissimo stemma lapideo col "cimiero " tuttora esistente e con dipinti in parte miracolosamente superstiti. Nella grande "camera dell'Imperatore " (che era affiancata ad una "sala del trono " e ad una "sala del Papa ") esistono alcuni "ritratti " di antichi eroi e due scene frammentarie di battaglia, affrescate da Jacopo Avanzi intorno al 1370. Si tratta degli unici resti di decorazioni pittoriche appartenenti a edifici privati malatestiani. Affreschi e pitture sono documentati in molte altre residenze e castelli malatestiani: a Pesaro, a Montelevecchie, a San Costanzo di Fano, a Brescia, a Rimini, a Gradara, ma non ne rimane traccia. Prima di uscire da Montefiore si notino le costruzioni che formano un semicerchio ai piedi della rocca, e la chiesa parrocchiale con un bel portale gotico e un Crocifisso riminese del Trecento. Sulla porta del paese, nel
Da questo momento Gradara passerà di mano diverse volte, ed alcune tra le più importanti casate della penisola si contenderanno il suo possesso: i Borgia, i Della Rovere, i Medici, confermando il suo ruolo di teatro importante degli scontri di potere nei tumultuosi territori pontifici situati nelle attuali Marche e Romagna.
Medioevo munita di ponte levatoio, è murata una targa lapidea con gli stemmi del pontefice Pio II Piccolomini e del cardinal legato Niccolò Forteguerri: è opera di un certo Giacomo, lapicida ferrarese, e nel 1464 (dopo la sconfitta di Sigismondo Malatesta) andò a sostituire uno stemma malatestiano. Gradara è un altro grande castello che univa alla funzione difensiva quella di sontuosa residenza. Si trattava - come per Montefiore - di un bene allodiale dei Malatesti, cioè di una vera proprietà derivata da acquisto, non da concessione pontificia. In quanto a manufatto difensivo va considerato in rapporto diretto con Rimini e in sistema con le rocche di Gabicce, Casteldimezzo e Fiorenzuola, sulle colline del litorale, e di Tavullia nell'interno. Malatesta Guastafamiglia nel 1364 assegnava per testamento Montefiore e Gradara rispettivamente a Malatesta Ungaro e a Pandolfo, suoi figli. Pandolfo è l'amico del Petrarca e il padre di quel Malatesta dei sonetti che nel 1429 morì proprio nella rocca di Gradara. Di Pandolfo si conosce l'interesse per la pittura, oltre che per la poesia (mandò un pittore dal Petrarca perché gli facesse segretamente il ritratto); di Malatesta si sa che reclutò artisti a Firenze (fra questi era il giovane Lorenzo Ghiberti) per decorare la sua residenza pesarese. Probabilmente le decorazioni ad affresco con eroi dell'antichità e battaglie antiche documentate tanto nel castello di Gradara quanto nel palazzo pesarese, erano in gran parte dovute a Pandolfo; e forse non erano molto diverse da quelle fatte dipingere a Montefiore dall'Ungaro. Nella rocca di Gradara esistono ancora affreschi del Quattrocento, con eroi e con battaglie, ma sono dovuti alla committenza degli Sforza, che ebbero il castello dal 1463. Già all'entrata del paese si vedono sull'antica porta gli stemmi di Alessandro Sforza (insieme a quello di Guidobaldo II Della Rovere e di Vittoria Farnese), mentre sulla porta della vera e propria rocca trionfa una bella iscrizione di Giovanni Sforza, commemorativa di un importante restauro del 1494. Sicuramente il castello ne aveva bisogno: anche se Sigismondo Malatesta aveva già risarcito i danni provocati dal pesante assedio di Francesco Sforza, che nel 1446 aveva inutilmente tentato di sottrarglela per darla al fratello Alessandro, appena divenuto signore di Pesaro (1445) con la connivenza, e anzi la complicità, di Federico da Montefeltro. Nell'insieme tanto il paese, interamente fasciato da mura merlate, che la rocca sono in buono stato di conservazione e presentano
La Rocca fu edificata intorno alla metà del 1300 e tenuta dai Malatesta per più di cento anni consecutivi. Qui nacque, nel 1377, Galeotto Novello Malatesta, detto per il luogo di nascita Belfiore. A partire dal 1432 Sigismondo Pandolfo, il più celebre personaggio della dinastia malatestiana, esaltò l'importanza del castello e il paese vide il sorgere di numerose istituzioni civili e religiose, come monasteri, ospedali e il Monte di Pietà. Con la disfatta dei Malatesta cominciò per Montefiore, come per tanti altri paesi di queste terre, l'alternarsi di diversi domini. Governarono il paese i Guidi di Bagno, i Borgia, la Repubblica Veneziana e l'ambiguo personaggio di Costantino Commeno, principe di Macedonia che morì a Montefiore nel 1530. Dopo il passaggio sotto lo Stato Pontificio e il breve governo della Repubblica Cisalpina, il paese seguì le sorti che portarono alla nascita dello Stato Italianoin essa circola ancora aria di cavalleria cortese e crudele, mescolata al ricordo delle ultime prodezze dello sventato e coraggioso Sigismondo, prima del declino.
molte parti genuine, nonostante i numerosi restauri subiti (pesanti, anche se necessari, quelli condotti negli anni venti del nostro secolo). Alla rocca si accede tramite un ponte levatoio, dopo aver superato una serie di protezioni successive; il cortile interno, quadrangolare, è ornato su tre lati da portico e loggia (del primo Trecento e del tardo Quattrocento), con stemmi di Pandolfo Malatesta e di Giovanni Sforza; in un angolo il mastio, un tempo isolato, risalta nudo e poderoso e mostra di essere la parte più antica di tutto il complesso. Verso la metà del Settecento sotto al suo pavimento, là dove oggi è allestita una pittoresca sala di tortura, fu trovato il corpo in piedi di un guerriero armato di tutto punto: forse condannato, trecento anni prima, a morire soffocato sotto un cumulo di terra. Il mastio fu sicuramente usato come prigione e come tribunale: l'iscrizione all'esterno della finestrella della sala bassa lo indica come "antidoto alla disonestà ". Dalla corte si accede direttamente alla cappella, con una bella pala in maiolica bianca e azzurra di Andrea della Robbia raffigurante la Madonna con il Bambino e quattro santi (nella predella l'Annunciazione fra San Francesco che riceve le stimmate e Santa Maria Egiziaca che riceve la comunione da un angelo); e, attraverso una scala cinquecentesca, al piano superiore, dove si possono visitare sale con un eclettico mobilio d'antiquariato e con decorazioni medievaleggianti completamente e spesso fastidiosamente false, databili ai primi decenni del Novecento. È completamente falsa anche la cosiddetta camera di Francesca, che negli anni venti è stata provvista di tutti gli ingredienti (letto e leggio, cortine e botola, passaggio segreto, balcone eccetera) per "ambientare " e rendere verosimile la tragedia dei "due cognati " che, se pur accadde, accadde altrove. Evidentemente siamo di fronte all'espressione di un gusto tardo romantico, decadente, più incline al romanzo d'appendice che al rispetto per le testimonianze storiche. Ma per fortuna la struttura della rocca è, nella sostanza, autentica, come autentiche e affascinanti sono alcune delle sue decorazioni rinascimentali ad affresco: quelle del camerino di Lucrezia Borgia (che per qualche anno fu la moglie di Giovanni Sforza), della sala dei putti e del loggiato, in cui è conservato anche qualche frammento scultoreo. Comunque il fascino vero della costruzione sta nella sua complessità, nella stratificazione delle sue parti, nella grandiosità della sua struttura, nel rapporto con il paese fortificato e con il paesaggio circostante. Gradara, "distesa sulla cresta della collina con una sorta di armata e vigile mollezza, come una fiera in riposo ma pronta a slanciarsi " (Luigi Michelini Tocci), guarda verso oriente e verso nord, verso il mare e verso la Romagna: che si apre alla pianura subito dopo il promontorio di Gabicce, con la Cattolica fondata nel 1273 fra il Ventena e il Tavollo quasi a rimpiazzare l'antica, anzi la mitica "Conca città profondata " e per creare un limite visibile al territorio riminese. Terra malatestiana e marchigiana, Gradara respira il vento del mare e le ultime nebbie padane, in cui risuonano le voci e le musiche, e stingono i colori e le maniere delle grandi corti settentrionali, estensi e gonzaghesche e viscontee. Più che in tutti gli altri castelli malatestiani in essa circola ancora aria di cavalleria cortese e crudele, mescolata al ricordo delle ultime prodezze dello sventato e coraggioso Sigismondo, prima del declino.
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