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Tempio Malatestiano Rimini

Tempio Malatestiano Rimini

Dieci anni dopo aver messo mano alla costruzione del castello che aveva voluto battezzare con il suo stesso nome, Sigismondo cominciò a farsi costruire una cappella gentilizia nella chiesa accanto alla quale tutti i suoi predecessori avevano eletto la loro sepoltura: San Francesco.

Pur decorata da Giotto all'inizio del Trecento, quella chiesa era di architettura modesta (un unico vano coperto a capanna, con tre cappelle absidali) e si trovava in una zona piuttosto periferica, anche se vicina all'antica piazza del foro, il centro romano della città (l'attuale piazza Tre Martiri). La nuova cappella ebbe una struttura semplice e assolutamente tradizionale, con un grande arco gotico aperto nel fianco destro della chiesa, una volta a crociera e finestre alte e strette. Ben presto venne affiancata da un'altra cappella, ugualmente semplice e ugualmente tradizionale, per volontà della giovane amante di Sigismondo, Isotta degli Atti. Forse il modello di entrambe era costituito da una cappella gentilizia malatestiana costruita nel secolo precedente sullo stesso lato della chiesa, vicino all'abside. I lavori murari per queste opere, durati più di tre anni, dovettero comportare un qualche grave

interni del Tempio Malatestiano

interni del Tempio Malatestiano

dissesto statico al vecchio edificio, che verso il 1450 Sigismondo decise di trasformare completamente a tutte sue spese per sciogliere un voto fatto durante la sua vittoriosa campagna di Toscana contro Alfonso d'Aragona, come affermano le epigrafi greche sui fianchi e l'iscrizione dedicatoria della facciata. Per la parte architettonica il cantiere fu affidato a Matteo de' Pasti e per la parte scultorea ad Agostino di Duccio. Il primo era stato reclutato presso gli Estensi, a Ferrara; si rattava di un miniatore e medaglista veronese cresciuto alla scuola del Pisanello, e quindi di formazione tardo gotica. Anche Agostino di Duccio, nonostante fosse stato scolaro di Donatello, conservava raffinate cadenze gotiche, approfondite a Venezia; era fiorentino e proveniva appunto da Venezia, forse con una raccomandazione degli Estensi ai quali era noto per aver lavorato a Modena. Alla collaborazione fra i due artisti e ai suggerimenti degli umanisti di corte si deve l'interno dell'edificio, pittoresco e sontuoso, sostanzialmente aderente al gusto gotico della corte per l'esibizione del fasto, della ricchezza e di una cultura raffinata ed elitaria in

Tempio Malatestiano

Facciata e fianco del Tempio Malatestiano, di Leon Battista Alberti.

cui ha grande parte l'adulazione di Sigismondo quale signore, condottiero e mecenate. All'architettura dell'esterno invece provvide Leon Battista Alberti, che ideò verso il 1450 un rivestimento marmoreo di nuovissima concezione, assolutamente indipendente dall'edificio come andava configurandosi nella sua parte interna. Bandita ogni desinenza gotica e ogni cadenza decorativa, l' Alberti si rivolse infatti con piena coscienza all'antica architettura romana, traendo da essa alcuni elementi e, più ancora, cercando di ricuperare la concezione stessa di architettura come aulica celebrazione dell'uomo e come esaltazione della sua nobiltà intellettuale. Purtroppo l'edificio rimase incompiuto proprio in quella che doveva essere la sua parte più originale e significante, cioè nell'abside, ideata come una rotonda cupolata che forse avrebbe risolto, o almeno composto, l'evidente dissonanza fra la parte esterna e quella interna. Per avere un'idea del progetto dell'Alberti occorre guardare a una medaglia fusa da Matteo de' Pasti, che presenta il prospetto a due ordini dell'edificio e la grande cupola che doveva sorgere al termine della navata. L'intervento dell'Alberti, con la sua riproposizione di forme antiche, sia pure reinventate e piegate a significati moderni, giustifica in pieno il termine Tempio con cui questa chiesa cristiana (e francescana) è stata chiamata fin dal Quattrocento. La decorazione interna del Tempio esclude i tradizionali cicli affrescati ed è affidata principalmente alle eleganti sculture di Agostino di Duccio e ai rivestimenti marmorei, arricchiti da policromie e dorature. L'unico affresco con figure si trovava quasi nascosto nella piccola sagrestia fra le prime due cappelle malatestiane; raffigura Sigismondo Pandolfo Malatesta inginocchiato davanti a San Sigismondo re di Borgogna, ed è opera di Piero della Francesca, che l'ha firmato e datato (1451). A prima vista può sembrare una scena devozionale assolutamente tradizionale come soggetto, con il signore davanti al suo santo protettore. In verità l'interpetazione che ne ha dato Piero è del tutto nuova: nei contenuti, per il rapporto assolutamente libero, naturale, 'laico' che lega le figure immerse in una luce calma e in uno spazio di razionale costruzione; nelle forme, che sono semplici, regolari e armoniche, capaci come non era mai stato prima di esaltare l'umanità e la dignità dei personaggi, la loro nobiltà intellettuale, la loro bellezza fisica, e inoltre capaci di omologare il potere divino e il potere terreno in virtù di una concezione della

Tomba Isotta degli Atti

Tomba Isotta degli Atti, terza moglie di Sigismondo Pandolfo Malatesta

dignità e della razionalità comuni al santo re e al devoto committente. Il candido rivestimento albertiano del Tempio non era ancora cominciato quando Piero della Francesca firmava questo suo affresco, che dunque costituiva per Rimini e la Romagna il primo manifesto del "vero" Rinascimento; un manifesto che, mentre lusingava il principe, confondeva gli artisti interessati solo al fasto esteriore, invitava gli eruditi ad aprire uno spiraglio di umanità nelle loro aride ricerche, annunciava un utopistico futuro determinato dalla ragione e confortato dalla poesia. Probabilmente alla corte riminese i silenzi incantati e le pause meditate dello stile di Piero della Francesca, e forse anche il presentimento di tempi nuovi che esso conteneva, non interessarono molto. Alle dame, ai paggi, ai cavalieri, ai musici, agli improvvisati rimatori che durante le frequenti assenze di Sigismondo davano un tono svagato e brillante alla vita che si svolgeva nel castello e nei palazzi malatestiani si addicevano assai meglio la fantasia gotica e la sontuosità tradizionali, quelle che trionfano nella decorazione scultorea delle cappelle del Tempio, con scudi da parata e ghirlande appese, festoni pendenti dagli architravi e stoffe e pannaroni festosamente dipinti sui sepolcri: una sorta di addobbo 'effimero' che si è come improvvisamente fossilizzato, o magicamente pietrificato. In questo ambiente i bassorilievi finissimi di Agostino di Duccio assumono una preziosità e un'eleganza estreme. Putti cordiali scherzano e si rincorrono; angeli bambini cantano e suonano melodiose canzoni; Virtù e Sibille si agitano per mostrare i loro simboli e i loro eleganti panneggi; Apollo e le Muse, i Pianeti e le Costellazioni formano una compagnia pittoresca, dagli incredibili costumi esotici (fuorché Venere, che è nuda, e trionfa sul mare fra un volo di colombe). Tutto si può spiegare in termini di religione tradizionale, anche gli strani segni dei pianeti e dello zodiaco, che non sono qui per comporre oroscopi strampalati, ma semplicemente per esaltare la perfezione del firmamento creato da Dio. Ma basta appena un po' di malizia e di ostilità per vedere ovunque paganesimo e irreligiosità. Così Pio II, nemico giurato di Sigismondo, affermò che quella chiesa era piena di dei pagani e di cose profane, e la imputò a discredito del signore riminese. Il quale, nelle epigrafi greche dei fianchi esterni, aveva spiegato con chiarezza che essa era dedicata "a Dio immortale e alla città" per gli scampati pericoli e per le vittorie riportate nella "guerra italica"; e, nella bella iscrizione classica della facciata, aveva ribadito di averla fatta costruire "per voto". La costruzione dell'edificio comportò grandissime spese ed è difficile pensare che Sigismondo l'abbia voluta realizzare per pura religiosità o per mecenatismo disinteressato. D'altra parte il mecenatismo non è mai

Cappelle degli antenati e di San Sigismondo.

Cappelle degli antenati e di San Sigismondo.

stato e non è mai disinteressato; nel Quattrocento faceva parte integrante del modo di governare: era finalizzato ad aumentare il consenso dei sudditi e delle istituzioni, ad accrescere il proprio prestigio all'interno e all'esterno dello stato e ad attirare la considerazione (e possibilmente l'invidia) delle altre corti; ma anche a creare i presupposti per essere ricordati con ammirazione dai posteri. L'immortalità a cui i signori e gli umanisti del Quattrocento aspiravano era una fama imperitura nella vicenda degli uomini, cioè nella storia, non nell'eternità rarefatta della divinità. Al Tempio Malatestiano si lavorò alacremente fin verso il 1460, quando crebbe l'ostilità di Pio II verso Sigismondo, valoroso condottiero quanto pessimo politico. Nel 1461 vennero le difficoltà economiche e la scomunica papale, poi la sconfitta e la riduzione dello stato (1463); e così il grande edificio rimase interrotto per sempre. Ancor oggi la sua incompiutezza, ben evidente sia all'esterno che all'interno, rende palese al mondo la sfortuna di Sigismondo e dichiara la sostanziale fragilità della sua potenza, l'inconsistenza dei suoi ambiziosi sogni di gloria. E appunto il Tempio può essere considerato un sogno, un sogno interrotto: per Sigismondo, che voleva farne un tempio stupendo a gloria di Dio e della città, ma soprattutto per rendere immortale il proprio nome e la propria dinastia; per Leon Battista Alberti, che voleva farne un monumento ad esaltazione della nobiltà intellettuale dell'uomo; per l'Umanesimo, che pensava si potessero nascondere le drammatiche contraddizioni del tempo dietro ad una cortina di intelligenti recuperi culturali e di raffinate opere d'arte.


 
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