Home > Rimini Cose da Fare > Malatesta e Rimini > Paolo e Francesca

Paolo e Francesca

Sembra che il primo titolo di nobiltà dei Malatesti sia dovuto all'imperatore Federico II di Svevia, che fu a Rimini nel 1220 e nel 1226; a lui in persona si deve l'investitura a cavaliere di Malatesta dalla Penna, il cui figlio, Malatesta da Verucchio, detto anche il Centenario per la sua longevità (1212-1312), gettò le basi di un potere reale e ufficiale sulla città e su tutto il suo territorio: prima sposando Concordia dei Pandolfini (figlia del vicario imperiale
messer Arrighetto o Enrichetto), che aveva una ricca dote di possessioni nella Romagna meridionale, e poi abbandonando, subito dopo la sconfitta di Federico II a Parma (1248), la fazione imperiale per abbracciare la causa papale: un cambio di parte sottolineato nel 1266 da un nuovo matrimonio, questa volta con la ricca nipote del rettore e legato apostolico della Marca e del ducato di Spoleto.

Paolo e Francesca

La tradizione di guelfismo che caratterizza i Malatesti e Rimini, e che fece tanto indignare "il ghibellin fuggiasco" Dante Alighieri, comincia con lui; con lui e con i suoi figli sembra culminare anche una tradizione di atroci tradimenti e di efferati delitti che per molti decenni segnò - in un quadro di contrasti fra Papato e Impero e di confuse rivalità locali - la lotta per accrescere o difendere il potere della famiglia, che ha trovato appunto nel ghibellino Dante un preciso quanto fazioso accusatore e divulgatore. Con pochi versi famosi Dante ha delineato efficacemente la situazione riminese e malatestiana all'aprirsi del Trecento: "E Il Mastin vecchio e Il nuovo da Verucchio, che fecer di Montagna il mal governo, là dove soglion fan d'i denti succhio" (Inferno, XXVII, 40-57). Come è ben noto il Mastin vecchio è Malatesta da Verucchio , il Mastin nuovo è suo figlio Malatestino dall'occhio e Montagna è il vecchio Parcitadi, di antica nobiltà riminese, capo dei ghibellini locali, fatto prigioniero e trucidato nel 1295. Malatestino dall'occhio (così chiamato perché orbo) viene definito "tiranno fello" da Dante, che lo ricorda come "quel traditor che vede pur con l'uno" e gli attribuisce l'uccisione di Iacopo del Cassero e di Agnolello da Carignano, due maggiorenti fanesi (Inferno, XXVIII, 76-90). Questo delitto spianò la strada al possesso malatestiano di Fano e di buona parte delle Marche. La vita dei componenti delle famiglie malatestiane era completamente assoggettata alla politica; la sola "ragion di stato", dunque, regolava anche i matrimoni (da cui dipendevano alleanze e accrescimenti di ricchezza e di potere) che spesso, naturalmente, fallivano. Per i maschi della famiglia non era un problema: per essi infatti l'infedeltà era contemplata quasi come una regola; le amanti - più o meno ufficiali - erano rispettate e si organizzavano una loro corte, mentre i figlioli bastardi venivano considerati una potenziale ricchezza della famiglia e spesso venivano legittimati: anche Galeotto Roberto , Sigismondo e Domenico Malatesta, per esempio, erano figli bastardi (di Pandolfo III).

Paolo e Francesca Divina Commedia

Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto, in un dipinto di Clemente Alberi (1828), Rimini, Museo della Città

Ma la questione era molto diversa per le femmine. Tutti ricorderanno il caso di Francesca . È sempre Dante, e solo lui, a parlarci dell' amore dei due cognati Paolo il bello e Francesca da Polenta, e del suo tragico epilogo per mano del marito tradito, Gianciotto (Giovanni "ciotto", cioè sciancato), nel V canto dell'Inferno . Gianciotto e Paolo erano fratelli, e figli di quel Malatesta che Dante aveva chiamato "Mastin
vecchio". Il matrimonio fra Gianciotto e Francesca faceva parte di un piano ben preordinato di parentele fra i Polentani e i Malatesti inteso a rafforzare il dominio malatestiano in Romagna. La tragedia, se veramente accaduta, è da collocare fra il 1283 e il 1284 a Rimini, nelle case malatestiane (ma il luogo del tradimento e del delitto è rivendicato anche da Pesaro, Gradara e Santarcangelo). Quello di Francesca da Rimini non fu l'unico incidente sentimentale occorso alle donne malatestiane, che in parecchi casi si dimostrarono ribelli ai comportamenti pretesi dalla politica familiare (e dalla morale corrente): basterà appena ricordare il celebre caso di Parisina Malatesta, fatta decapitare a Ferrara nel 1425 dal marito Nicolò d'Este perché divenuta l'amante del figliastro Ugo; o quello della prima moglie di Andrea Malatesta, Rengarda Alidosi, ripudiata perché infedele e uccisa dai fratelli nel 1401. Guardando un po' indietro si troverà inoltre una

Isotta degli Atti

Isotta degli Atti, amante e poi terza moglie di Sigismondo, in una medaglia di Matteo de' Pasti (c. 1453), sempre a Rimini, Museo della Città.

Costanza, figlia di Malatesta Ungaro, accusata di impudicizia e scostumatezza e fatta giustiziare dallo zio Galeotto nel 1378. Ma a queste figure di donne "traviate" la storia della famiglia ne oppone molte altre, di grande virtù e coraggio: come Polentesia da Polenta, moglie di Malatestino Novello, che nel 1326 salvò il marito da una congiura di parenti; come Gentile Malatesta, vedova di Galeazzo Manfredi, che resse il governo di Faenza per i figli e lo difese combattendo nel 1424 contro i fiorentini; come la saggia Elisabetta Gonzaga, moglie di Carlo Malatesta, che allevò i nipoti Galeotto Roberto, Sigismondo e Domenico (Malatesta Novello); o come la sposa di quest'ultimo, la dolce e pia Violante da Montefeltro; o la bella Isotta degli Atti, amante e poi moglie di Sigismondo, animatrice di una corte raffinatissima; o, infine, la caritatevole Annalena Malatesta, che dopo l'uccisione del marito Baldaccio d'Anghiari (1441) mise a disposizione dei poveri i suoi averi e aprì la propria casa fiorentina a tutte le donne bisognose d'aiuto e d'asilo.

Cerca un Hotel
AVVIA RICERCA ►
Hai aggiunto hotel. Svuota Tutto
CERCA !