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San Francesco a Rimini

San Francesco a Rimini

Meglio radicato nella società locale e più consono alla mentalità e alla devozionalità popolari, il Francescanesimo è riuscito a conservare, o a riconquistare, molti dei conventi che possedeva prima delle soppressioni. Del resto il messaggio francescano ha nella zona radici profonde che si rifanno alla stessa presenza di San Francesco: secondo la tradizione il santo ha percorso questi luoghi nel maggio del 1213,discendendo la valle del Marecchia dopo aver ricevuto a San Leo, da parte di messer Orlando de' Cattanei da Chiusi, la donazione del Monte della Verna.

Chiesa Agostiniana di Verucchio

Chiesa Agostiniana di Verucchio

Durante il percorso verso Rimini si sarebbe fermato in una selva ai piedi del colle di Verucchio, dove sorgeva un piccolo romitorio dedicato alla Santa Croce, e qui avrebbe compiuto alcuni miracoli: cioè avrebbe ordinato ai passeri di non disturbare col canto il suo raccoglimento, avrebbe fatto scaturire una sorgente d'acqua salutare, avrebbe piantato e fatto rinverdire il suo secco bordone di cipresso. Ben presto il piccolo romitorio fu trasformato in convento, affiancato da una chiesa dedicata alla Santa Croce, tuttora esistente a Villa Verucchio (si tratta della più antica fondazione della Provincia Francescana di Bologna). Il luogo in cui sorge, per il suo isolamento e per la presenza di ulivi e di cipressi, è ancor oggi assai suggestivo; vicino ad esso scaturiscono acque curative che ricordano il miracolo della sorgente, mentre nel chiostro del convento si può ammirare il cipresso piantato da San Francesco: un colossale, rarissimo monumento vegetale che i botanici, confortando la leggenda serafica, ritengono vecchio di almeno settecento anni. Oltre al cipresso (altezza attuale, dopo il crollo della cima avvenuto il 6 dicembre 1980, m. 25 circa, circonferenza massima del tronco m. 7,37), nell'ambito del convento viene indicato il luogo in cui la tradizione vuole sorgesse la capanna di San Francesco. Ma non si dimentichi di osservare anche la chiesa, dal bel portale trecentesco, dal vasto interno neoclassico, dal raffinato coro rinascimentale intarsiato; e sulla parete di sinistra, fra gli archi ottocenteschi, si noti un affresco dai colori chiari, popolato di molte

Cipresso San Francesco

Il chiostro del convento francescano di Villa Verucchio, con il cipresso di San Francesco

figure: rappresenta la Crocifissione, ed è stato dipinto nella prima metà del Trecento da un ottimo artista della "scuola riminese". Proseguendo il suo cammino verso Rimini il Santo si sarebbe fermato a pernottare dopo poche miglia: e anche questo luogo viene ancora indicato con precisione, a Vergiano; è facilmente riconoscibile per due file di cipressi ai bordi di un breve sentiero che dalla strada conduce ad una casa colonica, sulla cui facciata sono alcuni elementi pseudo medievali in corrispondenza di un antico ambiente. La modesta scenografia francescana, piacevole e pittoresca, risale al 1925. Nel Riminese, fra Verucchio, Rimini, Santarcangelo, Montefiore e Cattolica, sono presenti i Francescani di tutti e tre gli ordini (Conventuali, Minori e Cappuccini); naturalmente ogni loro convento è affiancato da chiese interessanti per architettura e per suppellettili. Fra le chiese francescane distrutte bisognerà ricordare almeno quella dei Conventuali di Santarcangelo, che era di grande mole e con molte opere d'arte; da essa proviene il sontuoso polittico ora nell'abside della Collegiata di Santarcangelo, che è un'opera giustamente famosa del veneziano Jacobello di Bonomo (1385): entro cornici gotiche di finissimo intaglio racchiude sedici tavole in cui sono rappresentati, su fondo dorato, la Crocifissione e la Madonna col Bambino fra numerose figure di santi. Fra le memorie francescane di Rimini

Crocifissione

Crocifissione, affresco di scuola riminese del Trecento nella chiesa francescana di Santa Croce, sempre a Villa Verucchio.

molte riguardano Sant'Antonio da Padova, che vi avrebbe operato il miracolo dei pesci e quello della mula per confondere e convertire i Patarini. A ricordo di quest' ultimo miracolo nel XVI secolo è stato costruito il tempietto di Sant'Antonio nella piazza maggiore della città, l'attuale piazza Tre Martiri. Ma indubbiamente l'edificio francescano più celebre è il Tempio Malatestiano, dedicato esclusivamente a San Francesco prima di divenire cattedrale, in tempi assai recenti, per volontà di Napoleone (1809). Costruito nel corso del Duecento, ben presto ospitò le tombe dei personaggi più illustri della famiglia Malatesta, che furono molto devoti a San Francesco e molto favorevoli all'attività pacificatrice dei Francescani. Alla fine del Duecento o all'inizio del secolo successivo Giotto vi affrescò l'abside, su commissione dei Malatesti (secondo il Vasari): dei lavori del grande pittore toscano rimane solo un grande Crocifisso dipinto su tavola, mutilato degli

apici. Nel 1447 Sigismondo Malatesta cominciò a farvi erigere due cappelle gentilizie e funerarie, per sé e per l'amante (poi moglie) Isotta degli Atti; nel 1448 fece voto di rinnovarlo totalmente, e nel 1450 o poco dopo cominciò i lavori, su progetto di Leon Battista Alberti per l'esterno, ma continuando nello stile gotico tradizionale delle prime due cappelle all'interno, affidato alle cure di Matteo de' Pasti e

Jacobello di Bonomo

Jacobello di Bonomo, polittico del 1385 proveniente dalla distrutta chiesa di San Francesco, ora nella Collegiata di Santarcangelo.

di Agostino di Duccio. L'edificio, che doveva essere concluso da una grande rotonda cupolata, rimase incompiuto in seguito alla scomunica (1461), alla sconfitta (1463) e alla morte di Sigismondo (1468). L'attuale abside è frutto dei completamenti settecenteschi e dei rifacimenti del dopoguerra (i bombardamenti hanno infatti colpito duramente il Tempio, distruggendone l'abside, il tetto, le sagrestie, e sommuovendo il paramento lapideo esterno). Nonostante la sua incompiutezza è uno dei monumenti più noti e importanti del primo Rinascimento, sia per l'architettura esterna, ispirata all'antichità, sia per il ricco interno ornato dalle finissime sculture di Agostino di Duccio. Come gli antichi monumenti romani è rivestito di candide pietre. La facciata, formata da tre archi affiancati da semicolonne, è solenne e mostra l'attento studio dell'Arco romano di Rimini. I fianchi, straordinariamente severi e armoniosi nella loro semplicità, sono formati da una serie di pilastri e di archi sotto cui avrebbero dovuto essere collocate le arche delle personalità più illustri della corte (ma solo nel fiancodestro questo progetto fu parzialmente realizzato). Tra i pilastri e la parete del Tempio è ben visibile una certa intercapedine e una certa indifferenza di corrispondenza nelle aperture:

Tempio Malatestiano Rimini

La facciata del Tempio Malatestiano di Rimini (1450), opera di Leon Battista Alberti.

indifferenza, in questo e in altri casi, probabilmente lamentata dal Pasti, a cui l'Alberti scriveva nel 1454: "Quanto al fatto del pilastro nel mio modello, ramentati ch'io ti dissi, questa faccia chonvien che sia opera da per sé, perché queste larghezze et altezze delle chappelle mi perturbano... vuolsi aiutare quel ch'è fatto, e non guastare quello che s'abbia a fare. Le misure et proportioni de' pilastri tu vedi onde elle nascono: ciò che tu muti si discorda tutta quella musica". Sono frasi che confermano la chiarezza di visione dei problemi architettonici dell'Alberti e la sua concezione dell'architettura come logica armonia. Altri passi della stessa lettera contengono dichiarazioni esplicite della sua fede nella ragione e nell'esemplarità dell'architettura classica. Tutto l'edificio si innalza su un podio coronato da una fascia in cui sono presenti molti elementi araldici malatestiani, che ritroviamo in abbondanza

Particolari Tempio Malatestiano

Particolare dell'interno del Tempio Malatestiano: Arca degli antenati, pilastro con elefanti, bassorilievo di Agostino di Duccio, ritratto di Sigismondo di Piero della Francesca (1451), le Stimmate di San Francesco di Giorgio Vasari (1548), Crocifisso di Giotto (c. 1300) nell'abside.

anche all'interno: dal vero e proprio stemma della famiglia, con le bande a scacchi, a quello con la sigla personale di Sigismondo (S e I), alternati a scudi con la rosa quadripetala e l'elefante. Nell'interno l'elefante viene utilizzato anche per sorreggere pilastri e sarcofagi, per coronare gli stemmi tradizionali, per formare il seggio per la statua di San Sigismondo: animale simbolico dai molti significati, fu uno dei preferiti da Sigismondo e da suo fratello Malatesta Novello, che lo accompagnò col motto: "L'elefante indiano non teme le zanzare". È molto probabile che Leon Battista Alberti abbia dato autorevoli consigli anche sulla decorazione interna dell'edificio, da cui sono stati esclusi completamente cicli di affreschi, perché in parte corrisponde alla sua concezione decorativa, esplicitata nel tratta to sull'architettura che andava componendo proprio in quegli anni. Essa tuttavia è di gusto spiccatamente gotico. Le cappelle malatestiane sono racchiuse da alte balaustrate e sono caratterizzate da pilastri marmorei; nella prima di sinistra è l'arca sepolcrale "degli Antenati e dei Discendenti"; nella seconda di destra è quella di Isotta; il sepolcro di Sigismondo è nella tomba accanto alla porta, a destra entrando. Le cappelle più ammirate sono quelle dette dei Pianeti (o dello Zodiaco) e delle Arti Liberali (o delle Muse), originariamente dedicate ai santi padri Girolamo e Agostino. All'interno della Cella delle Reliquie, fra la prima e la seconda cappella di destra, si conservava sopra la porta il celebre affresco raffigurante Sigismondo inginocchiato di fronte a San Sigismondo, firmato da Piero della Francesca e datato 1451, ora collocato nell'altare dell'ultima cappella di destra. Fra le opere posteriori alla fase malatestiana è particolarmente notevole una grande tela in cui Giorgio Vasari ha dipinto San Francesco che riceve le stimmate (1548), nell'ultima cappella di sinistra, ma già all'altare maggiore, dove ora si trova il Crocifisso di Giotto.

 
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