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Piccole Cattedrali Rimini

Piccole Cattedrali Rimini

Il periodo barocco ha lasciato molte tracce nell'arte religiosa riminese. Mentre nel Seicento, per una sincera esigenza devozionale e di adesione ai dettati controriformistici, si rinnovarono quasi tutte le pale d'altare, nel Settecento vennero interamente trasformati o rifatti molti edifici di culto, spesso in forme grandiose e sempre con una notevole attenzione per il decoro e l'eleganza.

Chiesa dei Servi a Rimini

interno della settecentesca chiesa dei Servi a Rimini, opera di Gaetano Stegani

La pittura sacra fra XVII e XVIII secolo passa dai forti accenti naturalistici del Cagnacci e del Centino, attivi nella prima metà del Seicento tanto in città che nel territorio, alle classicheggianti e devote composizioni del Guercino e dei bolognesi, alle arcaizzanti accademie barocche di Giovan Battista Costa (un pittore locale operosissimo ovunque fino al 1767); ma è ricca anche di capolavori importati da Roma, da Venezia, da Urbino. In quanto all'architettura evita gli eccessi del barocco più fantasioso e fastoso, e si svolge su una linea romano-bolognese, con qualche tratto razionalista nella seconda metà del Settecento; comunque la sua vicenda è praticamente tutta settecentesca. Nel Settecento infatti si rinnovarono le maggiori chiese del territorio e della città. A Rimini sorse la chiesa dei Gesuiti, e furono ricostruite o profondamente modificate, e inoltre dotate di nuove pale d'altare e di stucchi, soprattutto quelle degli Agostiniani, dei Carmelitani e dei Serviti (detta dei Servi). Quest'ultima, ricostruita su disegno dell'architetto bolognese Gaetano Stegani, fra il 1777 e il 1779 fu arricchita di stupendi stucchi rococò dovuti al plasticatore Antonio Trentanove, dorati nel 1887; conserva dipinti di Francesco Albani (1621), Lucio Massari (1620), Ubaldo Gandolfi (1779) e Giovan Battista Costa (1440). Percorrendo il territorio si potranno trovare ovunque oratori di forme modeste, ma raffinate, parrocchie rurali esternamente povere, ma ricche all'interno di stucchi e di pitture. L'oratorio detto "della scuola", a San Giovanni in Marignano, la chiesa parrocchiale di Mondaino e quella di San Vito, la chiesa delle Monache di Santarcangelo e quella del Suffragio di Verucchio, per esempio, sono edifici deliziosi e monumenti di grande interesse artistico per la loro architettura e per le opere d'arte che conservano. Ma l'elenco sarebbe lungo e, in definitiva, inutile.

Collegiata di Santarcangelo

Guido Cagnacci, San Giuseppe, Gesù e Sant'Eligio (1635) nella Collegiata di Santarcangelo.

Qui va piuttosto segnalato il tentativo, operato nel Settecento nei centri maggiori della diocesi, di valorizzare e razionalizzare in qualche modo l'esercizio del culto e la vita del clero accorpando e riducendo il numero degli edifici sacri con la creazione di chiese collegiate. A Savignano la Collegiata fu costituita nel 1732, a Santarcangelo nel 1744, a Verucchio nel 1796, ma per una serie di ritardi e di esitazioni, fu costruita solo fra il 1865 e il 1874. Queste chiese furono concepite quasi come cattedrali, non tanto per la costante presenza del coro per i canonici, quanto per le dimensioni notevoli e le forme auliche. La Collegiata di Santarcangelo è uno degli edifici settecenteschi più importanti di tutto il territorio riminese; costruita fra il 1744 e il 1758 da Giovan Francesco Buonamici, architetto camerale e architetto della cattedrale di Ravenna, ha un interno grandioso e raffinato, che richiama con sobrietà forme romane e bolognesi. Nell'ampia conca dell'abside custodisce una bella pala raffigurante i santi protettori del paese, opera di Giovan Gioseffo Dal Sole; nell'ombra discreta delle cappelle laterali, sugli altari di varie confraternite con paliotti settecenteschi in scagliola policroma, sono conservate pale di notevole bellezza (si noti, fra le altre, quella al secondo altare di sinistra, eseguita per la confraternita

dei falegnami e dei fabbri da Guido Cagnacci nel 1635: raffigura San Giuseppe, Gesù e Sant'Eligio). Invece nel cappellone di destra è conservato un Crocifisso dipinto su tavola da un ignoto pittore riminese nel secondo quarto del Trecento, proveniente dalla Pieve. Anche l'esterno di questa chiesa è notevole per la sua disadorna e calibrata stereometria. Più ricercata e leziosa, ma pur sempre imponente e solenne, è la collegiata di Verucchio, costruita tardissimo per una serie di circostanze avverse (tra le quali l'occupazione napoleonica e le vicende risorgimentali, con le multiple soppressioni, e gli strascichi relativi di rancori e di difficoltà nel recupero dei beni patrimoniali indispensabili per la costruzione). Il progetto di questa chiesa è del verucchiese Antonio Tondini, erudito e piacevole artista di gusti eclettici, architetto semi-dilettante (e il progetto, infatti, fu firmato nel 1863 dal riminese Giovanni Morolli, essendo il Tondini privo di "patente"). L'impianto interno riprende motivi barocchi e rinascimentali, e in origine era tutto azzurro e bianco, con decorazioni dorate; appariva cioè assai più neoclassico, e anzi di "stile impero", di ora; le moderne ridipinture hanno finito per alterarne anche la spazialità, che era esaltata dai freddi riflessi della luce sugli intonaci colorati e sulle modanature taglienti. Nella collegiata sono raccolte diverse pale d'altare e suppellettili provenienti da chiese di Verucchio; fra tutte è notevole la tela dell'altare maggiore, con San Martino che dà il mantello al povero, di Giovan Francesco Nagli, detto il Centino (c. 1650). Ma i veri capolavori di questa chiesa sono due Crocifissi dipinti

Collegiata di Verucchio

a sinistra, interno della Collegiata di Verucchio; a destra, Giovan Francesco Nagli detto il Centino, la Carità di San Martino (1650), pala dell'altare maggiore della Collegiata di Verucchio.

su tavole sagomate: il primo, appeso nel presbiterio, è di un ignoto artista riminese della prima metà del Trecento (viene detto "Maestro di Verucchio"); il secondo è un'opera veneziana, di Catarino (per quanto riguarda la carpenteria lignea) e di Nicolò di Pietro (per quanto riguarda la parte pittorica); la sottoscrizione di Catarino e Nicolò, con la data del 1404, appare alla base della croce. La Collegiata di Verucchio sembra essere stata concepita un po' come la "cattedrale" della media Valmarecchia. Anche la Valconca ha una chiesa che può essere considerata la "cattedrale" della valle: si tratta della parrocchiale di Saludecio, dedicata a San Biagio. È stata realizzata fra il 1794 e il 1802 (cioè in anni veramente difficili, di grave crisi economica e politica) grazie al coraggio e alla costanza di un illustre parroco locale, don Antonio Fronzoni, e all'entusiasmo per la beatificazione ufficiale (1776) di Amato Ronconi, venerato fin dal XIV secolo come protettore del paese. Questa chiesa, proclamata "santuario" nel 1930, ha forme molto eleganti e armoniose, frutto di un'intelligente rielaborazione e razionalizzazione di schemi centralizzati di gusto barocco. Ne è autore il cesenate Giuseppe Achilli, che in essa ha lasciato il suo capolavoro e forse il capolavoro di tutta l'architettura tardo settecentesca del territorio riminese. Gli stucchi della chiesa, disposti con molta sobrietà ad arricchire la struttura architettonica, sono del plasticatore riminese Antonio Trentanove, mentre i dipinti appartengono a buoni artisti romagnoli e marchigiani del Seicento e del Settecento. Fra tutti si distinguono due splendide pale di Guido Cagnacci raffiguranti San Sisto papa e La processione del santissimo Sacramento (1628). Accanto alla chiesa è stato recentemente organizzato un bel museo in cui sono raccolti ed esposti paramenti, suppellettili, dipinti soprattutto seicenteschi e settecenteschi provenienti da chiese e oratori della zona soppressi alla fine del Settecento, e varie testimonianze riguardanti il culto del Beato Amato.

 
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