NELLA GRANDE PALUDE del teatro italiano. Dove è difficile stare a galla, tenere la rotta ossia programmare un minimo di percorso: senza farsi fregare e tirar giù dalle sabbie mobili, senza rischiare la paralisi.
NELLA GRANDE PALUDE del teatro italiano. Dove è difficile stare a galla, tenere la rotta ossia programmare un minimo di percorso: senza farsi fregare e tirar giù dalle sabbie mobili, senza rischiare la paralisi.
Massimo Castri i risultati sa cavarli fuori, eccome. Ma se si tratta di spingere lo sguardo avanti, di proiettare il proprio lavoro oltre la barriera di tutte le anomalie e i condizionamenti che angustiano la nostra scena, anche un regista titolato, tanto più se lucido, sensitivo e umorale insieme come lui, non può non tradire inquietudine.
Eppure l'esito di Tre sorelle, la sua versione del capolavoro cechoviano che sta girando l'Italia tra grandi apprezzamenti e successi di pubblico, dovrebbe confortarlo.
Ma un episodio positivo, seppur significativo e importante, non sposta la realtà di un contesto che rimane aleatorio, incerto, confuso.
CASTRI RISPONDE col lavoro. Stasera allo Storchi di Modena, debutta la nuova versione di Così è (se vi pare) , commedia di Pirandello già allestita a cavallo degli anni Ottanta quando il regista aveva inchiodato i fantasmi dell'autore, il suo disagio del teatro, sul tavolo anatomico d'una trilogia di spettacoli rigorosi per analisi e innovativi per soluzioni sceniche.
Adesso, come esito del corso di alta formazione dell'attore promosso dall'Ert, dirige in scena un gruppo di giovani diplomati nelle scuole di teatro italiane.
Il Castri maestro d'attori cerca di ovviare alle carenze formative di un sistema che non garantisce ricambio e solidità per le nuove leve in scena?
"No, il problema della formazione è talmente enorme da diventare tragicomico. L'unico modo di agire possibile è questo, che del resto ho già sperimentato in momenti passati e con altre realtà didattiche. Intervenire su alcuni gruppi di selezionati per salvare qualche anima.
Anche se, chiaramente, con un corso di specializzazione di qualche mese non puoi supplire del tutto ad una mancanza di basi tecniche primarie.
A volte si deve ricominciare da capo e dai fondamenti, altro che università del teatro. Detto questo, con i ragazzi ho lavorato bene, pur nei limiti dettati dai tempi e dalle basi di partenza. Sono venuti fuori alcuni spunti interessanti, cose anche divertenti".
Niente a che vedere con la messa in scena di ventisette anni fa? "Allora mi confrontavo di più con la drammaturgia del sottotesto, andavo alla riscoperta dei fantasmi interiori.
Qui sviluppo un modo di leggere il testo maggiormente legato ai giovani interpreti che ho a disposizione, sono consapevole di utilizzare energie diverse. Si vedrà una versione della commedia più girata verso il gioco di massacro reciproco, nel balletto accusatorio Frola-Ponza tra i "normali" e i "diversi"".
Non è solo l'abile rimescolamento di carte di un Pirandello che gioca con la capziosità.
"La commedia rappresenta un momento centrale della sua produzione, altroché.
Vi appaiono per la prima volta temi centrali, nodi ineludibili nell'intera vicenda estetica pirandelliana. Come il tema forte del tentativo d'affermare i fantasmi più profondi dell'individuo (quelli dell'autore stesso) con macchine linguistiche che permettono di afferrare l'inafferrabile. Formalmente poi, la commedia possiede una perfezione quasi meccanica".
Sembrava che lei non ci credesse più, che la sfiducia dell'autore siciliano verso il teatro fosse diventata la sua. In "Questa sera si recita a soggetto" pareva che lei ci dicesse: lo faccio, nonostante tutto. O magari proprio per quello.
"Ma è esattamente così, l'ultimo Pirandello racconta questo. Ci si è voluti fermare alle valutazioni superficiali, sul livello drammaturgico delle opere di quegli anni ritenute poco felici. Ma le sottende un grande, fondamentale pessimismo: rientrano tutte nella medesima area linguistica e tematica.
E poi la superficie capziosa gli è sempre servita per ricoprire temi brucianti, come l'incapacità del teatro di raccontare la realtà: così Pirandello è costretto a raccontare se stesso. Nessuna meraviglia se si arriva all'afasia. In "Quando si è qualcuno" ho fatto trasformare il personaggio poco alla volta in una statua: non dice più niente".
Indagare le componenti del dramma borghese presenti in Pirandello e da lui messe in crisi: ha lavorato analogamente anche con il Cechov di "Tre sorelle"?
"Pirandello smonta e rompe la forma del dramma; Cechov fa qualcosa di diverso e persino più sostanziale: ne elimina i presupposti, le convenzioni che fanno parte del suo statuto come il protagonista, l'intreccio, la conflittualità interna.
Al posto dello sguardo unico usa la coralità. Hanno tirato fuori Visconti per il mio spettacolo, ma non c'entra niente. A me interessa di Cechov il grande realismo: con una scrittura però che diventa altro. Così i conti non tornano mai".