Griffiths ha portato al Si Fest di Savignano la raccolta di scatti Middle Years, un affresco della Gran Bretagna degli anni '60 e '70, quando ancora lavorava come farmacista di notte per poter seguire la sua passione di giorno. Abbiamo colto l'occasione per intervistarlo.Cosa pensa di Si Fest e del programma di quest'anno?«Mi sembra molto completo, spazia in tutte le tipologie e declinazioni della fotografia».
Con Middle Years quale Gran Bretagna vuole rappresentare?«Gli anni '60 e '70, un periodo di grandi cambiamenti sociali e politici. L'Inghilterra era in pieno fermento beat ma, contemporaneamente, le gente viveva in uno stato di incertezza: la paura della bomba, la guerra fredda, la crisi cubana, il pericolo di un conflitto. In quel momento crebbe moto il senso di avidità nel proteggere le proprie cose.
È una collezione che afferma la potenza narratrice della fotografia, un mezzo per insegnare a "guardare" la realtà, non semplicemente vederla. Questo è ciò che cerco di fare ogni volta che mi pongo davanti all'obiettivo».Il presente è fatto di grandi tragedie come l'11 settembre e la guerra in Iraq. Pensa sia cambiato il modo in cui la fotografia racconta questi eventi?«Durante il Vietnam gli americani avevano un atteggiamento più naif e forse oggi vorrebbero avermi cacciato, impedendomi di fare quelle foto.
Sicuramente le foto che ho scattato generarono una sensazione di repulsione per quell'orrore. Oggi la stampa è sempre più nelle mani del potere. In Vietnam riuscii ad avere un atteggiamento sottile celando l'oggetto di alcune mie foto, fugando i sospetti della Cia che ho scoperto avere un dossier su di me. In Iraq oggi questo è impossibile, fotografi e giornalisti deve passare attraverso il vaglio dell'esercito, hanno le mani legate. Basti pensare che la Cnn è diventata l'organo ufficiale del potere americano».
La fotografia ha perso quindi il suo potere di smascherare la propaganda?«Ci sono tanti modi in cui si cerca di ottenere questa perdita di efficacia. Il più evidente è il bombardamento di immagini con cui l'individuo viene stordito, confuso, privato della capacità di distinguere la realtà dalla fiction. In questo modo si mantiene lo status quo, oggi è prevalentemente dominato dal senso di paura e di smarrimento. Mi ricordo che Gorbaciov era affascinato da questo sistema di controllo americano, così diverso e più efficace di quello sovietico che era diretto e repressivo».Lei è conosciuto come grande fotoreporter, cosa pensa della fotografia d'arte?«Penso ci sia spazio per tutti. Personalmente però credo che quanto più la fotografia si allontana dalla rappresentazione, tanto più perde la sua funzione, il suo potere, ciò per cui è nata. La fotografia artistica si muove in un territorio in cui pittura e scultura sono più potenti e efficaci.
La grandezza dell'immagine è di essere creduta dalla gente, è una finestra che improvvisamente si apre sulla realtà, uno squarcio che interrompe la routine per far vedere, per affermare un punto di vista. Quando questo avviene è la realtà stessa che improvvisamente diventa arte».Pensa che l'avvento del digitale e delle nuove tecnologie migliorino o peggiorino la fotografia?«Quello che più conta a prescindere dal mezzo è l'occhio, il cervello e il cuore. Ci sono aspetti positivi e negativi del digitale.
Da un lato abbassa i costi e permette a molti fotografi emergenti di auto pubblicarsi e essere conosciuti. Dall'altro è una scorciatoia per falsificare e distorcere la realtà, per questo io continuo a usare la pellicola. Credo che le due tecniche debbano coesistere e siano valide per usi diversi».Preferisce il bianco e nero o il colore?«Il bianco e nero, perché ti conduce direttamente all'essenza della foto, al concetto, all'anima espressa in quel momento. Il colore devia l'attenzione più sui rapporti cromatici, sulla bellezza estetica».
Che futuro vede per questa disciplina?«A volte mi deprimo, mi pare che il fotogiornalismo sia qualcosa del secolo passato, destinato a scomparire. Allo stesso tempo, in Giappone una rivista mi ha proposto di premiare concorsi di fotogiornalismo vedo tanti lavori fantastici e questo un po' mi risolleva. Mi sembra che però la tendenza generale sia mantenere le persone ignoranti sui fatti per renderle più adatte al consumo, tanti studi lo provano. Speriamo che ci sia sempre una foto che in un giorno qualunque, quando meno te lo aspetti, irrompa a squarciare le coscienze, illuminando la realtà in ombra».
Tratto da
Corriere Romagna del 16 Settembre 2007
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