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Artusi: il Kursaal è servito

Libro sul Kursaal

È IL 3 AGOSTO 1873. Artusi è arrivato a Rimini il giorno prima e vi si tratterrà fino al 20, ospite di una modesta locanda sulla spiaggia. Proviene da Montecatini, che frequenta da una decina d'anni. Tre settimane di cure termali, altrettante di bagni di mare e rientrerà a Firenze irrigato, strigliato e mondato a dovere, dentro e fuori. Al ritorno, farà una breve sosta a Forlimpopoli, suo paese natale, per riabbracciare i vecchi amici.

Sono le cinque del pomeriggio. Artusi, rinfrancato da un paio d'ore di riposo, si sta recando al Kursaal, il nuovo stabilimento dei bagni, fresco d'inaugurazione. È curioso di vederlo. A Rimini se ne fa un gran parlare, e l'aggettivo che più ricorre è "grandioso". Pare sia costato un occhio della testa. C'è chi vocifera di un milione tondo.

Più si avvicina al Kursaal, più la folla si infittisce. Avanzano lenti e solenni gli ospiti dei villini e, un po' meno impettiti, i benestanti del luogo. Passeggiano accanto a loro, nei variopinti abiti della domenica, i popolani con le anziane madri, le mogli e i figli. Procedono, gli uni e gli altri, gomito a gomito, ma senza mescolarsi tra loro, come l'acqua e l'olio. Ai lati della strada, arbusti spelacchiati si alternano alle bancarelle dei venditori di ombrellini e ventagli, di dolciumi e fette d'anguria. Due zingari di chissà quale regione dei Balcani traggono suoni snervanti da un vecchio violino e da un organetto sfiatato.

ARTUSI è davanti allo stabilimento, a faccia insù, e lo osserva perplesso. L'edificio non lo impressiona affatto. Anzi, lo delude un po'. Non che il disegno della facciata sia brutto. È compatto, lineare, senza fronzoli. Se gli manca qualcosa, è proprio la monumentalità. La parte superiore è troppo piccola, bassa e arretrata. Dà l'idea di uno di quei minuscoli cappellini alla moda appollaiato sul capo d'una matrona.

Artusi sale la scalinata, supera le colonne doriche del porticato ed entra nell'atrio. L'ambiente è affollato. Le signore siedono sui massicci sofà color porpora, dimenando i ventagli. I signori, in piedi, si riuniscono in piccoli crocchi che si sciolgono e si riformano a mano a mano che arrivavano altri habitués. Artusi si aggira svagatamente nelle sale per la lettura e la conversazione, nelle salette da gioco e nel salone da musica e da ballo. Qui, nel soffitto di un azzurro slavato, levitano nuvole rosee e vaporose come piumini per la cipria. Su una siede Orfeo e pizzica la sua cetra; su un'altra, al capo opposto, la musa Tersicore guida le danze.

Artusi decide di cenare al restaurant del Kursaal. Nella lista figurano pietanze indigene e forestiere, ma nessuna a base di pesce. Artusi borbotta qualcosa tra sé e sé, poi si concede il pranzo più costoso, quello da due lire e cinquanta centesimi, che comprende tre piatti di cucina, frutta, formaggio e mezzo litro di vino. È proprio come se l'aspettava: senza infamia e senza lode.

Artusi sale al piano superiore ed esce all'aperto in quelle che vengono chiamate pomposamente "terrazze babilonesi". Dio solo sa che cosa c'entri Babilonia con quelle terrazze spoglie, recintate da brutte ringhiere di cemento. Osserva incuriosito una cerchia di giovani signori e signore, e ne segue i discorsi a voce alta. Tiene banco, al centro del gruppo, un uomo di mezza età con i baffi e il pizzetto alla moschettiera, il naso imponente e gli occhi profondi e un po' spiritati. Parlando, si muove a scatti, come un congegno caricato a molla. A volte, nella foga, si leva in piedi e, con gesti da pittore ispirato, traccia nell'aria rapide, aggrovigliate figure.

IL MOSCHETTIERE fa un largo gesto con il braccio, a suggerire e quasi a offrire ai presenti la distesa marina: «Il mare!» esclama. «Dal suo grembo fecondo nacque Venere. E non si parla comunemente delle carezze e dei baci delle onde? Il mare risveglia i sensi, riaccende la fiaccola del desiderio, e fa l'uomo più uomo e la donna più donna. Per la luna di miele» soggiunge «si dovrebbe sempre scegliere una località di mare. Non c'è dubbio» conclude «che i bagni di mare procurino quello scioglimento delle membra, quel vago languore, quella beata spossatezza che eccitano all'amore entrambi i sessi. E più il cosiddetto sesso debole, vi dirò, del preteso sesso forte».

«Sapete dirmi chi è quel signore che sta parlando?» chiede Artusi al primo cameriere che gli giunge a tiro.
«Come! Non lo conoscete? È il direttore dello stabilimento. Il famoso professor Mantegazza».
Paolo Mantegazza! Sicuro! Avrebbe dovuto immaginarlo dalla brillante oratoria e dall'audacia delle opinioni. Ah, come ammira quell'uomo dall'ingegno prolifico e multiforme che si è occupato con pari competenza di fisiologia e di igiene, dell'amore e del cibo! Non ha ancora avuto il piacere di conoscerlo di persona, anche se da qualche anno risieda lui pure a Firenze. Vorrebbe presentarsi e manifestargli i suoi sentimenti, ma la sua indole schiva glielo impedisce.

Artusi esce dal Kursaal e attraversa il parco. La temperatura è mite, l'aria profumata e il cielo, sopra gli alberi, terso e stellato. I lampioni a gas proiettano sui vialetti semideserti una luce verdognola, tremolante e galeotta. Mentre torna alla locanda, gli passa per la mente, d'un tratto, un'idea singolare. In Italia, che sappia, manca un manuale di cucina che sia affidabile, pratico e chiaro. Quei pochi che esistono sono sciatti e incomprensibili. L'opera a cui pensa non si rivolgerà ai cuochi da baldacchino, no, ma a tutti gli appassionati, e specialmente alle signore. Non possiede già, forse, un bel gruzzolo di ricette, accantonate per suo uso e consumo? Artusi scuote la testa: è un'idea balzana. Ne dà la colpa all'incontro con Mantegazza, vera autorità nel campo dell'igiene alimentare, alla cena che gli grava sullo stomaco e all'odore del mare, così simile a quello d'una salsamenteria.

Piero Meldini, riminese, ha diretto per oltre 25 anni la Biblioteca Gambalunghiana di Rimini.
E' autore di quattro romanzi, i primi pubblicati da Adelphi e l'ultimo da Mondadori: "L'avvocata delle vertigini" (1994), "L'antidoto della malinconia" (1996), "Lune" (1999) e "La falce dell'ultimo quarto" (2004). I suoi romanzi sono tradotti in sei lingue

foto di http://www.flickr.com/photos/lucap

Tratto da Il Resto del Carlino del 8 Luglio 2008

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