Tra i Ristoranti romani frequentati da Fellini con il nostro Angelucci ogni volta una lezione A Tavola accanto ad un genio, nutrendosi sul serio
Tra i Ristoranti romani frequentati da Fellini con il nostro Angelucci ogni volta una lezione A Tavola accanto ad un genio, nutrendosi sul serio
Caro Federico,
per i tuoi novant'anni sono andato a cena in una delle trattorie da te preferite, il Toscano a via Germanico, da Paola a Americo. Che ora sono diventati nonni, pur sempre giovani e glorinosamente sulla breccia. Paola aveva un braccio appeso al collo perché è scivolata lussandosi la spalla e si lamentava di non riuscire a stare a riposo come sarebbe giusto, dovendo invece cucinare i dolci e impastare la farina: così che e alla fine le torna il dolore. Il marito sorrideva fra sé e non metteva bocca, come suo solito sapendo che la moglie, figlia del proprietario Pietro Bruni fondatore dell'esercizio, a nessun costo rinuncerebbe a vegliare sul suo ristorante. Paola è sempre bella, come piaceva a te, formosa, bionda, con la faccia da antica romana e il portamento fiero delle donne molto ammirate; una vera 'Beata Paola delle Polpette', come tu l'avevi disegnata con tante stelline intorno alla testa, su un tovagliolo che ancora viene conservato con devozione, una reliquia da mostrare soltanto ai clienti speciali. "Ti ricordi Federico ... ?" Sospira qualche volta Paola quando capita per pochi istanti di restare in piedi a parlare in mezzo al locale; e non aggiunge altro, increspando un mezzo sorriso di malinconia. Infatti non c'è altro da aggiungere, manchi a lei come manchi a tutti: perché, caro Federico, tu non eri semplicemente un nome, o una persona, per quanto celebre; eri un universo, una 'nova' che si è spenta, eri una parte di Roma, il divertimento, l'ironia, l'imprevedibilità, il corteggiamento. Eri l'onore e l'orgoglio del Toscano: tu entravi e sembrava che una serie di pianeti iniziassero a ruotare intorno a Giove, ti ponevi come un si sistema solare, si aveva l'impressione che perfino la tavola, le sedie, i piatti, i tovaglioli, il fiasco del vino, si disponessero da soli, si imbandissero per magia, come in un film di Walt Disney.
Adesso, a fianco di quel tavolo dove specialmente negli ultimi tempi preferivi prendere posto, nella saletta di sinistra meno affollata, c'è una fotografia incorniciata appesa alla parete, con sotto una targhetta dorata su cui è scritto: "Il tavolo preferito da Federico Fellini". E specialmente gli stranieri fanno la fila per guardare più da vicino. E' un'immagine scattata durante la lavorazione di La Strada: tu sei steso per terra, in giacca e cravatta, con in mano una macchina fotografica, credo una Leika, e inquadri da quella inusuale angolazione Giulielta in piedi, vestita da Gelsomina. Tutti e due giovanissimi, era il 1954 e quel film vi avrebbe lanciato Verso la gloria, la notorietà, il Premio Oscar, assicurando a entrambi l'immortalità. Chissà se mai lo sospettavate girandolo; ma io credo di sì, perché tu sapevi da sempre che saresti diventato un grande regista, persino prima di conoscere da vicino il cinema, e prima ancora che Roberto Rossellini ti offrisse di sceneggiare Roma Città Aperta e subito dopo di scrivere con lui Paisà e fargli da assistente. L'hai raccontata benissimo la tua vocazione, nei libri e nei film: era l'apprendistato di un diacono destinato a diventare cardinale, anzi pontefice, ne possedevi tutte le stimmate.
Sebbene quando ti ho incontrato la prima volta all'Hotel Plaza in via del Corso mi sei apparso proprio un regnante, un sovrano, un imperatore; il bellissimo albergo liberty nel centro di Roma era in quel periodo la tua reggia, lì tenevi corte, ricevevi le persone. Arrivando mi sembrò di aver messo piede dentro un film, di aver attraversato lo schermo per un prodigio e di essere precipitato dentro Otto e Mezzo: la scalinata di marmo che dall'atrio conduce ai piani superiori è guardata a vista da un leone, a capo del corrimano; esattamente come nella sequenza in cui Guido Anselmi, il protagonista del film (che sei sempre tu) si genuflette per gioco al produttore (Guido Alberti) giunto nella cittadina delle terme per capire perché non ti decidi a cominciare le riprese del film in preparazione. Tu indossavi la sciarpa e il cappello, con la naturale eleganza di un alto prelato, e sai bene in quanti hanno provato in seguito a imitarti, ad adottare quella presunta stola sulle spalle, sperando che bastasse la sua presenza a promuoverli registi!
Persino Pedro Almodovar, ho notato, non rinuncia a quel segnale di potere (?) di cui tu hai lanciato la moda.
Fu in quell'occasione che pranzammo per la prima volta insieme, al ristorante dell'albergo: "Prendi i tortellini in brodo - mi consigliasti - qui li fanno bene, come da noi. - Obbedii volentieri, e imparai in quello stesso momento che tu suggerivi ai tuoi commensali i piatti che avresti voluto assaporare. Con Ettore Bevilacqua -in arte Hector Boileau - ex pugile e comparsa all'occorrenza, entrato al tuo servizio come personal trainer e massaggiatore (del tutto inoperoso data la tua refrattarietà a qualsiasi esercizio fisico), l'accordo andava anche oltre; Ettore mangiava per due, la sua porzione e la tua. Una volta da Perilli a via Marmorata gli ho visto trangugiare con golosità due giganteschi piatti di bavette al tonno di cui tu andavi ghiotto, ma ritenevi che fossero da evitare perché troppo condite.
Sei stato tu dunque a farmi conoscere il Girarrosto Toscano, quando ero ormai entrato nelle file dei tuoi collaboratori. Sto parlando di quaranta anni fa, il 1970, quando avevo iniziato a frequentarti anche fuori dal set e mi sembrava un miracolo poter stare a tavola con te, ascoltare i tuoi discorsi, bearmi ai tuoi racconti, alle tue battute folgoranti, stupito delle caricature che disegnavi in fretta sui tovaglioli o direttamente sulla stessa tovaglia (Paola e Americo ne hanno conservata una bellìssima che tengono incorniciata in una saletta non aperta al pubblico]. Non mi sembrava vero arrivare al ristorante trattato da te come fossi un vecchio amico, ricoprendo a piedi, fianco a fianco, quei pochi metri che separavano la macchina dall'entrata, con il tuo braccio affettuosamente appoggiato sulla spalla.
Vedendomi in tale familiarità i ristoratori imparavano a riconoscermi con una certa simpatia, mi spostavano la sedia come usavano fare con te, mi viziavano. Specialmente la Cesarina, nel famoso ristorante di via Piemonte, aveva subito preso a trattarmi come fossi, non so, tuo figlio. Mi pareva di sognare, tu stesso continuavi ad apparirmi irreale in quei momenti; e le lasagne che mi venivano servite, le più buone che abbia mai assaporato in vita mia, arrivavano spesso in porzioni sovrabbondanti, assecondando il tuo divertimento e accrescendo la festa della tavola. Ora resta da capire perché pensando di mettere insieme un ricordo personale per questo tuo compleanno, tra i tanti possibili argomenti ho prescelto d'istinto proprio il cibo e i ristoranti. Credo ci sia una ragione molto semplice: perché il rapporto con te è stato soprattutto di nutrimento e il cibo ne è la metafora più immediata, più allegra, più appagante. Se la parola Convivio ha un significato, proprio nel senso che ha voluto dargli Dante, io con te mi sono nutrito alla mensa del sapere, alla scuola di un genio. L'unico che abbia mai conosciuto.