« L’America non è mai stata innocente. Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto». È l’incipit di American Tabloid, romanzo che nel 1995 apre la trilogia americana che si chiude con Il sangue è randagio appena uscito. L’avvertimento corrisponde al nostro “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate di Dante”, perché di inferno si parla e i gironi di questo libro James Ellroy li identifica così: ricatti, collusione, porci, eroina, contatto. Ellroy non ha perdonato nulla alla sua città, Los Angeles è un brulichio di anime dannate.
Non perdona nulla all’America. Le sue analisi sono spietate, il ritmo è quello del free jazz, sembra mancare ossigeno a quei dialoghi sparati a raffica, disorientano, le trame sono linee spezzate, ma quando si entra sulla frequenza giusta si decolla, la vista da ll ’alto dà le vertigini. Nelle sue pagine ritroviamo la dinastia Kennedy, Hoover, lo spietato capo dell’Fbi, Jimmy Hoffa presidente del sindacato dei trasporti, Howard Hughes (guardatevi o riguardatevi T he Av i a t o r di Scorsese), ne Il sangue è randagio, si arriva fino alla presidenza Nixon. La fiction si mescola alla storia per compiere un miracolo e dare vita ad un’osmosi perfetta. Non sempre riusciamo a disincagliare il vero dal verosimile, a volte è come se l’autore non perdonasse il lettore per una presunta ingenuità e si divertisse a prenderlo in giro.
Ellroy non ha perdonato al suo paese di avergli portato via la madre nel 1958, quando aveva solo dieci anni, assassinata da un maniaco rimasto senza un nome. Ne La Dalia Nera, la narrazione diventa un gioco lisergico tra la vicenda della madre e lo psicodramma collettivo che rappresentò nel 1947 il massacro di Elizabeth Short, aspirante attrice in cerca di successo, finita in mani spietate. Le due donne sembrano fondersi in una figura unica e simbolica, la meticolosa descrizione di fatti e persone preserva lo scrittore da ogni coinvolgimento emotivo. Brian de Palma non riuscirà nella versione cinematografica a restituire la complessità psicologica del libro e l’ossessione sublime dell’agente incaricato dell’i ndagine verrà liquidata con l’immagine di una parete tappezzata con le foto del corpo straziato della Dalia Nera.
Il cinema è stato ingordo, sempre attratto dalle storie nerissime di Ellroy, i risultati sono stati di livello alterno. La trasposizione di L.A. Confidential a p p a re meglio riuscita, forse il compito del regista Curtis Hanson su questo testo era meno arduo.
Ellroy non ha perdonato la madre: ti sei fatta fregare da uno scadente sabato notte. Inerme, hai fatto una fine stupida e brutale. Ne I miei luoghi oscuri del 1996, sarà lui stesso a tornare sul caso, riaprendo i fascicoli e tracciando trame che non porteranno a nulla, come per la Dalia Nera, se non alla costruzione di un libro unico e imperdibile, dove Ellroy prende congedo dal suo dolore quanto più cerca di sondarlo nei dettagli: Non ho mai pianto. Ho violato il tuo ricordo. Ellroy non ha perdonato sé stesso per le lacrime mai versate nemmeno da bambino, nemmeno il giorno del ritrovamento del cadavere.
G u a rd a i l’obbiettivo – e non feci smorfie né sorrisi né piansi né tradii il mio equilibrio interno... Il fotografo disse che ero un bambino coraggioso. James Ellroy è stato un adolescente difficile, abbandono scolastico precoce, fu allontanato dal liceo per le sue idee antisemite e filonaziste, droga, alcol, vita da sbandato, piccoli reati, secondo i percorsi classici del disadattato standard, fino a che ci ha reso partecipi del suo universo livido riversandolo su carta. Ellroy non perdona gli emuli, sembra irriderli, vanta più imitatori della Settimana Enigmist ica, rimane inarrivabile, anche se in in Italia Giancarlo de Cataldo (Romanzo Crimina le ) Girolamo de Michele (specie in S c i ro c c o ) e Simone Sarasso (Confine di Stato e Set - tanta) la lezione l’hanno metabolizzata con ottimi risultati. (*Saverio Fattori ha scritto “Alienazioni padane”, “Chi ha ucciso i Talk Talk” e “Acido Lattico”)