È piena di colori, la poesia di Marinella Polidori, almeno lo è quella contenuta in Alfabeto nel silenzio (Lietocolle , pp. 46, euro 10). Colori che vengono detti, esternati, recitati, posizionati sull’asse di senso dei singoli testi. Solo apparentemente sembrano buttati lì, come per un’a ccensione momentanea o per un improvviso oscurarsi del tono. Invece dietro vi si nasconde tutta intera una personale idea del mondo.
Proprio quello che spesso manca nella poesia di oggi. Certo la parola è oramai consumata e “detta”, i margini per renderla vera se non onesta sempre più risicati, eppure se non si ha pensiero sul mondo il rischio è di scadere nell’ipocrisia, nella meccanicità del gesto. Polidori dichiara da subito la necessità di guardare al mondo, qualunque cosa esso abbia da mostrare, e di volerne ricavare una visione assolutamente personale (“L’arredo è a mio piacere, non finalmente”).
Per fare questo vuole silenzio attorno, vuole raccoglimento. Una richiesta attraverso cui affermare la propria unicità, la caparbietà del proprio volere (“Se poi mi sento quasi sola/ ci riesco”), la consapevolezza umana di vivere nella contraddizione. I colori allora sono carburante che muove verso le sponde di un ragionamento tanto positivista quanto sfaccettato. Non è quindi una poesia disperante questa di Polidori, o se lo è non lo dà a vedere. È invece una poesia propositiva, irradiante, nei cui versi la rassegnazione che si percepisce qui e là è viene rintuzzata con determinazione o completamente ribaltata di segno.