II Cappella a destra. La si dice comunemente degli Angeli o, più spesso, d'Isotta. E' dedicata all'Arcangelo Michele, ovverossia alla Giustizia. (Si ricordi che nella cappella di S. Sigismondo manca proprio questa Virtù). La statua dell' Arcangelo Michele domina la tribuna sopra l'altare; ha nella mano destra la spada, nella sinistra la bilancia e col piede preme la testa del demonio. La brutta strozzatura della cintola, la pesantezza dell'ornato e la convenzionale espressività del volto la denunciano come opera di autore non eccelso. C'è tuttavia chi, esaltandone altri particolari, crede di riconoscervi i caratteri stilistici di Agostino di Duccio.
E' favola che il volto di questa statua ritragga le sembianze di Isotta. Lo smentiscono non solo le medaglie del Pisanello (av. 1395-1455) e di Matteo de' Pasti, ma anche i ritratti che di lei tratteggiarono gli antichi cronisti.
Ben più mirabile e suggestiva vista offrono le diciotto formelle (originariamente su fondo azzurro) nei riquadri dei pilastri. Le fanciullesche scene degli angioli che suonano, che cantano, che danzano, hanno la soavità e la modulazione del sogno. E' evidente la mano di Agostino di Duccio.
A sinistra nella cappella e l'Arca sepolcrale di Isotta, probabilmente del Pasti. Poggia su due elefanti ed ha come sfondo un padiglione marmoreo con cimiero bicefalo e alato. Dalle proboscidi degli altri due elefanti con cui termina il cimiero, s'innalzano cartigli con la scritta : Tempus loquendi - Tempus tacendi.
Nell'arca una targa di bronzo, sorretta da due genietti, dice : D. Isottae Ariminensi B. M. Sacrum MCCCCL. L'iniziale consonante D. e quel B. M. hanno dato luogo a lunghe e inconcludenti diatribe, cominciate quand'era vivo Sigismondo. Si deve leggere Divae o Dominae? Si deve interpretare Beatae Memoriae o Bonae Memoriae o Bene Merenti? II visitatore deciderà da sé. Per scrupolo di documentazione gli rammenterò tuttavia che nel 1912, sotto l'attuale targa bronzea, Corrado Ricci scoperse la seguente iscrizione : Isote. Ariminensi. Forma. Et. Virtute. Italie. Decori. MCCCCXLVI (A Isotta da Rimini, per avvenenza e virtù ornamento d'Italia).
MCCCCXLVI e probabilmente l'anno in cui Sigismondo conquistò Isotta, allora sui tredici anni.
Quando e da chi fu nascosto il primitivo epitaffio, non si sa. Forse fu lo stesso Sigismondo, capìtane l'impudenza (nel 1446 era ancor viva la moglie Polissena), a farlo.
Nel 1756 si fece una ricognizione della tomba d'Isotta. Furono trovate poche misere ossa; non un anello, non un oggetto d'ornamento, non un brandello di stoffa!
Nel muro destro della cappella e appesa l'immagine del Crocifisso dipinta su tavola (cm. 437 x 303), che critici autorevoli (Beenken, Berenson, Coletti, Gamba, Gnudi, Longhi, Suida, Zeri) attribuiscono a Giotto, giudicandola altresì fra le più alte creazioni di tutto il Trecento italiano. Si ritiene generalmente che l'opera sia stata eseguita fra il 1308 e il 1312, periodo in cui va posto il soggiorno di Giotto a Rimini. Purtroppo il dipinto (l'ha restaurato in modo egregio, or non e molto, Ottorino Nonfarmale a cura della Soprintendenza alle Gallerie) è privo dei lobi laterali e della cimasa; questa, nel 1957, è stata identificata da Federico Zeri nel grande Cristo benedicente, già nella collezione di lady Jekyll a Londra, ed ora in una raccolta privata dell'Inghilterra meridionale.
La cappella e chiusa da una balaustrata tipica del Trecento veronese. I putti che l'adornano sono animati, per quanto un po' goffi, da una vivacità festosa che non manca di conquidere. Forse ne diede il modello Agostino di Duccio.