Ed eccoci alla parte più solenne, più architettonicamente romana del Tempio. E' vero si - come stato detto - che le urne sepolcrali del fianco destro ispirano sentimenti di carattere grave e melanconico; ma è pur vero che quella fuga di archi maestosi, quei forti pilastri ignudi, quei nicchioni profondi rappresentano il trionfo del classicismo sulla languente arte medievale.
I sette sarcofagi che si vedono nella fiancata destra (l'altra al cui termine s'eleva it cinquecentesco campanile, non ha tombe) sono dedicati ad onorare la memoria di illustri poeti, filosofi e scienziati, e di cittadini cospicui. Nel primo e sepolto Basinio da Parma (1425-1457), poeta latino che visse alla corte di Sigismondo. Fu discepolo di Vittorino da Feltre e di Teodoro Gaza. Scrisse il Liber Isottaeus in lode di Isotta, la Hesperis in cui sono celebrate le guerre combattute dal suo signore contro gli Aragonesi, e it poema didascalico Astronomica.
II secondo sarcofago contiene la salma del romano Giusto de' Conti (1379-1449), autore del canzoniere noto col titolo La bella mano. Mandato nel 1447 a Sigismondo da Nicolò, V per una ambasceria, fu persuaso a rimanere a Rimini.
II terzo è il sarcofago di Giorgio Gemisto Pletone (1355-1450), filosofo bizantino. Venne a Firenze nel 1439 in occasione del Concilio per l'unione della Chiesa latina con quella greca. In questa città formò alla corte di Cosimo il Vecchio il primo nucleo dell'Accademia Platonica. Pubblicò in Italia l'opera Sulla differenza della filosofia platonica ed aristotelica. Mori a Mistrà nella Laconia. Sigismondo, quando fu a combattere i Turchi in Morea, ne rintracciò le ossa e le fece trasportare a Rimini.
Solo i corpi di Basinio, di Giusto de' Conti e di Gemisto Pletone poté Sigismondo chiudere nelle arche. Quello di Roberto Valturio (1405-1475), riminese, che si trova nel quarto sarcofago, vi fu collocato dopo, perché egli sopravvisse al suo Principe. Scrisse il
trattato De re militari, che Leonardo, Luca Pacioli, Lorenzo il Magnifico, Luigi XI re di Francia, Mattia Corvino re d'Ungheria, Pio II, Federico di Montefeltro tenevano tra i loro libri, e che il Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia giudicò : " Res mirabilis et habenda carissima propter novas notabiles res bellicas in illo scriptas et designatas " (Libro meraviglioso e da considerare assai prezioso per le imprese belliche rare e straordinarie in esso narrate e disegnate con precisione). Amico di Poggio Bracciolini, fu uomo di molta dottrina, meritandosi l'appellativo di Monarca e dottore di tutte le scienze. Primo consigliere di Corte dal 1446 sino al giorno della morte, Sigismondo e il figlio suo Roberto lo ebbero intimo amico.
La quinta arca fu fatta per i medici e filosofi Gentile Arnolfi (1473-1546) e Giuliano Arnolfi (1513-1547), rispettivamente figlio e nipote di Giuliano Arnolfi, archiatra del pontefice Alessandro VI.
L'iscrizione incisa sulla sesta arca e solo onoraria, ché non vi fu posto il cadavere del vescovo Sebastiano Vanzi, morto il 9 marzo 1571 ad Orvieto ed ivi sepolto.
L'ultima arca fu scolpita per il medico e scrittore Bartolomeo Traffichetti (1523-1579) di Bertinoro; ma quantunque l'iscrizione dica a "hic tumulatum" nella ricognizione fatta nel 1756 di tutte le arche non si trovò traccia di corpo alcuno. Il Traffichetti fu sepolto infatti nella chiesa dei SS. Bartolomeo e Marino; le ossa sono andate disperse. Egli è l'autore de L'arte di conservare la sanità e del Trattato della peste, che furono molto apprezzati al suo tempo.
La quinta, la sesta e la settima arca, come si nota dalla lavorazione e dalla diversità del sasso, sono del Cinquecento.