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Interno tempio Malatestiano

Interno Tempio Malatestiano

La breve policromia marmorea sul timpano della porta centrale, che isola anche se non turba il chiaroscuro della facciata, attenua e favorisce il passaggio dalla luminosità esterna all'ombra densa dell'interno. Mentre fuori la luce incide dall'alto senza riverbero alcuno, qui batte dal basso all'alto un sole smorto opaco con riflessi quasi da proscenio.

Là tutto si modella a forme e linee volitive, categoriche, solenni; qui dentro le forme e le linee sono invece passionali, ripiegate, crepuscolari, svigorite. E' il pen­siero - come ha ben detto Carlo Ruiz Beliscauro - contrapposto all'azione, la morte alla vita, il sogno alla realtà, la sempre uguale eternità del tempo e dello spazio e del sonno al succedersi dei gior­ni e delle stagioni. Sicché se una parola potesse scriversi sull'archi­trave della porta d'ingresso, questa e non altra dovrebbe essere :

<<Silentium ».

Entrate. A prima vista nulla vi colpisce, vi avvince e vi com­muove. Siete e non siete in un luogo sacrato, siete e non siete nel­l'interno di una delle più grandiose ed armoniche architetture del Rinascimento. Lassù la travatura del tetto e cupa e disadorna; l'abside e le due cappelle in fondo han troppo lindore, troppa luce, troppa modernità; d'intorno altari monumenti panche arche statue lapidi e fregi e stemmi e arabeschi che si ripetono, si moltiplicano, si rincorrono dappertutto. L'occhio non sa dove posarsi; incerto, fluttuante, e continuamente incalzato e sospinto da nuovi motivi, da effetti complicati, da parvenze irreali.

Poi a poco a poco lo sguardo si placa, si concentra. Ciò che pareva inerte, si anima, si afforza : tutta la chiesa vibra e si fa ca­nora come una grande arpa percossa dal vento. Ed allora una pen­sosità soave vi prende, che non vi abbandonerà più, per quanto sia minuzioso e lungo l'esame delle parti, per quante volte si riveda questo mirabile poema di marmo, per quante e varie siano le interretazioni che gli studiosi si sforzino di offrirvi.

Tempio che glorifica Sigismondo e il suo casato? Che celebra in Isotta la donna del cuore? Che si ispira alla pura teosofia orienta­le? Che e genuinamente sacro e cristiano?. No, no : occorre li­berarsi dai luoghi comuni, dalle schematizzazioni, dalle sintesi che vogliono chiarire tutto e tutto abbracciare, e nulla chiariscono, nulla abbracciano. Il Rinascimento, di cui il Tempio di Rimini e una tra le più fulgide gemme, e un mondo vivo nel quale le più svariate esperienze, i più forti contrasti, le più opposte qualità pratiche e spirituali si armonizzano e si equilibrano. Quell'epoca che diede un orientamento nuovo del vivere, non è stata ancora definita nel suo schietto e profondo miracolo creativo. Meno che mai lo sarà, fino a quando taluni dotti avranno la pretesa - come accade pel Tem­pio Malatestiano - di dividere con un taglio netto il divino dal­l'umano, il sacro dal profano, lo scibile dal credibile.

Eppure che cos'e mai il Tempio di Rimini in confronto a quel­lo che doveva essere? Immaginate quale vastità avrebbe dato al respiro tonale dell'interno la volta a botte modellata da mastro Alvixe; quale meraviglioso effetto sarebbe derivato dal vasto tran­setto, dalla ricca abside e dalla grave cupola emisferica progettati dall'Alberti. Ciò che, d'altra parte, ha fatto l'usura del tempo e tale da farci rimpiangere il passato. In origine infatti le volte delle cappelle erano dipinte d'azzurro oltremare tempestato di stelle d'oro; e le finestre erano similmente istoriate; e le statue e i bassorilievi e gli intagli arricchiti e avvivati da splendente colori.


 
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