Esterno Tempio Malatestiano

Esterno Tempio Malatestiano

Potete contemplarlo dieci volte al giorno, e sem­pre vi parrà diverso. E' tale e tanto l'incanto delle sue linee, e sì ammaliante la patina alabastrina che lo ammanta, e dolce l'armo­nia che lo congiunge al cielo, che la luce del sole o la penombra della sera, la furia della folgore o il ricamo della neve ve lo pre­sentano ognor più bello. Pertanto ogni minuto, ogni giorno, ogni stagione sono adatti per ammirare l'esterno del Tempio Malate­stiano.

Nel suo complesso offre un senso d'imponenza, di grazia e di semplicità classica. Più che dagli elementi decorativi, che sono del resto pochissimi, l'edificio trae la sua maggiore bellezza dalla massa meravigliosamente proporzionata. Una serie di pilastri, che s'elevano sopra un alto zoccolo, sorreggono robusti archi. Sul fron­te sono incastrate semicolonne scanalate che s'ispirano a quelle del l'Arco d'Augusto, e nello spazio che resta fra le colonne e gli archi sono scolpite ghirlande d'alloro.

Nel fregio dell'architrave a caratteri romani e incisa l'iscri­zione : SIGISMUNDUS PANDULFUS MALATESTA PANDULFI. F. V. FECIT ANNO GRATIAE MCCCCL. (Sigismondo Pandolfo Malate­sta, figlio di Pandolfo, fece per voto nel 1450). Il V. s'interpreta ge­neralmente per « Votum o « Voto » secondo altri significa « Vivens » o « Victor o « Veruculensis »

Inghirlanda il monumento un alto stilobate con stemmi e rose malatestiane e con le lettere S I intrecciate, sigla che troveremo frequentemente ripetuta nei fregi interni.

primo pilastro dei due fianchi un'epigrafe in lingua greca forse dettata da Basinio da Parma, dice : A Dio immortale Sigi­smondo Pandolfo Malatesta di Pandolfo - scampato da grandi e numerosi pericoli nella guerra italica e vittorioso - per le impre­se cosi fortemente e felicemente compiute - a Dio immortale e alla città - come n'ebbe fatto voto sul campo di battaglia - ma­gnificamente spendendo eresse - e lasciò memoria celeberrima e sacra.

La guerra italica fu quella ch'ebbe luogo nel 1448, tra i fio­rentini capitanati da Sigismondo, e le genti del re Alfonso.

Il vano centrale della facciata, largo un terzo più dei vani laterali, forma un grande arco, sotto il quale si apre la porta del Tempio con stipiti e frontespizio in pietra bigia, e con fregio di porfido diviso da cornici di bronzo. Lungo gli stipiti scendono due leggiadri festoni di marmo, sotto i quali si scorgono i resti di due grandi conche marine di bardiglio, un tempo usate come acqua­santiere.

La sommità della facciata e visibilmente incompleta. Come avrebbe dovuto essere lo si può intuire, in parte, da una medaglia che Sigismondo fece coniare nel 1450 da Matteo de' Pasti, medaglia che, sia pur corrosa, e giunta fino a noi. I1 noto cultore di studi albertiani, l'inglese Cecil Grayson, ha pubblicato nel 1957 la ripro­duzione in facsimile della lettera autografa che l'Alberti indirizzò nel 1454 a Matteo de' Pasti. La lettera e uno schizzo pure autografo, ora nella Pierpont Morgan Library di New York, consentono di precisare che il coronamento dei due raccordi laterali della fac­ciata sarebbe dovuto avvenire con decorazioni a volute simmetriche.