La I Cappella a destra è, come abbiamo visto, la prima che Sigismondo volle eretta. La costruzione cominciò il 31 ottobre 1447. La cappella è detta di San Sigismondo, perché dedicata al santo martire, re dei Burgundi. Costui aveva sposato in prime nozze la figlia di Teodorico; la sua seconda moglie lo spinse ad uccidere il figlio Sigerico, accusato calunniosamente di congiura. Nonostante che Sigismondo si pentisse e s'umiliasse nel monastero di Saint-Maurice d'Agaume (Svizzera), da lui fondato nel 515, l'odio di Teodorico non disarmò. Questi infatti si alleò ai figli di Clodoveo per conquistare il regno burgundo. Sigismondo fu preso e gettato con la moglie e i figli in un pozzo presso Orléans.
S. Sigismondo fu eletto protettore degli uomini d'arme e di lui culto si diffuse in Romagna. Il Malatesta nei bandi ne invocò sempre il nome.
Il Santo troneggia nell'elegante Edicola pensile posta sopra l'altare e tiene con la mano destra lo scettro, con la sinistra il globo del mondo. Il seggio su cui posa, è sostenuto da due elefanti reggenti stemmi malatestiani. Di qua e di là della nicchia sono due angeli di Agostino di Duccio. Sotto si leggono due distici latini che,
tradotti, suonano cosi : << O Santo Sigismondo, assurto tra le celesta schiere, per te solo è costruita e a te solo è dedicata questa cappella, e il Malatesta, che porta il tuo nome, per te l'ha formata, opera superba ed eterna>>
Nelle pareti laterali della cappella trovansi due grandi padiglioni in marmo, sostenuto ciascuno da un angelo in altorilievo ed allargato in mezzo da altri due angeli a stiacciato. Questi ultimi sono tra le cose più stupende scolpite da Agostino di Duccio.
Il visitatore noterà, fra la mensa dell'altare e la tribuna, un calco che rappresenta : S. Sigismondo con la moglie e i figli in viaggio verso il monastero d'Agaume. Per mettervi un trittico del ravennate Francesco Longhi (1544-c. 1620) l'originale fu tolto da qui nel 1581, quando i Francescani lo diedero agli Olivetani di Scolca, che per lunghissimo tempo lo adattarono sopra l'acquaio del loro refettorio. In conseguenza dei danni prodotti dal terremoto del 1786 al refettorio stesso, il cellerario Luigi Simbeni ne curò la sistemazione nelle stanze dell'abate, facendolo incassare sopra il camino. Soppresso nel 1797 il monastero, il raffinatissimo bassorilievo fu venduto dal demanio a un certo Manzoni, che a sua volta lo smerciò a un non meglio identificato Leurini di Rimini. Questi, infine, il 20 giugno 1812 lo cedette dietro compenso all'Accademia di Brera di Milano, come oggetto di scavo. Oggi si trova al Museo d'arte antica del Castello Sforzesco, nella Sala dei Ducali o Sala XI, n. 1089. E' esposto in bella posizione, sotto il nome di Agostino di Duccio, con la didascalia "Raffigurazione allegorica? ».
Varie sono le interpretazioni dell'opera. C'e chi pensa all'Incontro di Sigismondo Malatesta con l'angelo, chi alla Sibilla Tiburtina che annuncia ad Augusto la venuta di Cristo, chi ancora alla Apparizione dell'angelo a S. Luigi di Francia durante le crociate. L'interpretazione autentica fu data nel 1828 da Vincenzo Follini.
bassorilievo, già attribuito al Pisanello e al Pasti, dal 1882 e riconosciuto ad Agostino di Duccio (1453 circa).
Il calco fu messo da Corrado Ricci. Ma - come scrisse Domenico Garattoni ? << pare un rappezzo di gesso ingiallito >>. Non e proprio possibile ricuperare l'originale?
L'arco della cappella e sorretto da pilastri che poggiano su coppie d'elefanti di bardiglio. L'attenzione e attirata dalle statue (Agostino di Duccio? Francesco Laurana? Bernardo Ciuffagni? Francesco di Simone Ferrucci?) che, a gran rilievo, sporgono in dodici nicchie, due per parte. Le tre inferiori del pilastro di destra rappresentano le Virtù teologali : la Fede, col calice e la croce; la Speranza, a mani giunte e gli occhi levati al cielo; la Carità, con la cornucopia rigurgitante di frutta e una fiamma ardente. Le tre corrispondenti Virtù cardinali del pilastro di sinistra (manca la Giustizia), sono la Prudenza, con lo specchio e la serpe; la Temperanza, in atto di versare acqua nel vino; la Fortezza, appoggiata alla colonna.
Le sei statue superiori, tre per parte, recano diverse armi o stemmi dei Malatesta.
Davanti alla cappella sorge la steccata marmorea a colonne, pilastrelli e transenne; non c'è più il cancello di bronzo fattovi da Maso di Bartolomeo, sottratto a furor di popolo durante l'infausto ed odiato dominio di Pandolfaccio. Sui capitelli che sormontano le colonnine, son da notare alcuni putti. All'ingresso due statue del Redentore e della Vergine.