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Cappella Madonna Acqua

Cappella della Madonna dell'Acqua

I Cappella a sinistra. - E' detta della Pietà o più comunemen­te della Madonna dell'Acqua perché la Vergine che sta sul taberna­colo, al disopra dell'altare, con sulle ginocchia il Cristo morto è invocata nei giorni di siccità o di soverchia pioggia. La devozione per la graziosa scultura (e di scuola tedesca dei primi del '400) risale forse ai tempi di Sigismondo, e crebbe ancor di più dopo che S. Carlo Borromeo nel 1563 e Pio VII nel 1814 si prosternarono da­vanti a lei con speciale fervore.

Subito lo sguardo del visitatore si volgerà a sinistra, in alto, dove un grandioso avello è innicchiato nel muro tra mensole e festoni, sotto un padiglione frangiato di grandi foglie : e l'Arca degli Antenati. Li dentro Sigismondo volle riposte le ossa dei suoi progenitori e dei discendenti. Nella ricognizione del 22 luglio 1756 furono contati diciannove teschi di uomini, di donne e di fanciulli.
La fronte del sarcofago è divisa da sottili pilastrelli corinzi in tre scomparti. In quello di mezzo si legge: SIGISMUNDUS PANDULFUS MALATESTA PANDULFI FILIUS INGENTIBUS MERITIS
PROBITATIS FORTITUDINISQUE ILLUSTRI GENERI SUO MAIORIBUS POSTERISQUE (Sigismondo Pandolfo Malatesta figlio di Pandolfo agli Antenati e Discendenti del suo casato illustre per grandi meriti di probità e di fortezza).Il bassorilievo a sinistra rappresenta il Tempio di Minerva; quello di destra il Trionfo mi­litare. Esaminiamoli succintamente.

Nel Tempio di Minerva vecchi severamente ammantati, guer­rieri, efebi di casa Malatesta fanno corona intorno alla Dea, sim­bolo della virtù intellettiva della stirpe, che troneggia con l'asta e lo scudo. Presso di lei, cinto il capo d'alloro e tutto in armi, e Sigi­smondo con la spada tra le mani.

Nel Trionfo militare si vede un giovane inghirlandato e ve­stito di corazza che siede su un altissimo carro (in questa figura alcuni credono d'individuare Sigismondo, altri Publio Scipione l'Africano, presunto capostipite dei Malatesta). Al suo fianco sta la Fama che dà fiato alla tromba.

Il carro, fiancheggiato da due file di prigionieri, passa sotto un arco trionfale. Nello sfondo, sulla cima di colli alberati, si intravedono monumenti, colonne a spira, obelischi.

E' ormai ammesso da tutti gli studiosi che l'Arca degli Ante­nati doveva essere posta all'esterno, entro il grande nicchione di sinistra della facciata. Lo prova il fatto che anche i due fianchi e il coperchio rivolto verso il muro, sono finemente lavorati. Purtrop­po, modificato il progetto iniziale, si rese necessario internare il sarcofago ove oggi si trova; il che portò non solo a sacrificare i fianchi, ma anche a girare il grosso coperchio per dar modo di in­trodurre successivamente i cadaveri attraverso il disco centrale. Un'ultima e più convincente prova l'ha data Gino Ravaioli che du­rante i restauri postbellici (1948), poté scoprire nel piano del co­perchio rivolto verso il muro un eccellente medaglione con il pro­filo di Sigismondo, del diametro interno di circa 60 centimetri. Supera perciò tutti gli altri che esistono nel Tempio. E' opera certa di Agostino di Duccio (1454). Il distico che l'incornicia, attribuito a Basinio da Parma, dice : HAEC . SIGISMUNDI - VERA . EST . VICTORIS . IMAGO . QUI . DEDIT . HAEC . PATRIBUS . DIGNA SEPULCRA . SUIS. (Questa e la vera effigie di Sigismondo vittorio­so, che diede ai suoi antenati questo degno sepolcro). Quel VERA IMAGO assicura che si tratta del ritratto più autentico di Sigismon­do finora conosciuto.

Quanto all'autore dei bassorilievi e evidente la mano di Ago­stino di Duccio, anche se, nell'esigenza di adeguarsi alla spazialità e alla prospettica dell'esterno albertiano, di primo acchito pare ir­riconoscibile. I1 padiglione sovrastante l'Arca e da attribuire a Mat­teo de' Pasti. Nella parete di destra e un baldacchino con angeli, rotto un tempo da una finestra che fu chiusa col marmo nel 1868.
Lavoro di un aiuto di Agostino, ha ben pochi pregi. L'epigrafe è di Luigi Tonini.

I pilastri dell'arcata gravano su due coppie di elefanti di bar­diglio; i due dadi sovrapposti recano il profilo di Sigismondo, at­tribuibile, specie quello di destra, ad Agostino. Nelle nicchie dei pilastri sono dodici statue - due Profeti e dieci Sibille - che sim­boleggiano la grazia divina, condizione indispensabile per l'eserci­zio e la perfezione delle virtù umane. Notevoli per la drammaticità dell'espressione e per la varietà dei tipi, mostrano una chiara deri­vazione dal modello agostiniano; ma la fattura (fatta eccezione per il Profeta Isaia e per le Sibille Cumana, Cimmeria e Delfica) non può considerarsi dovuta al Di Duccio.

Ecco la disposizione delle statue partendo dal basso :

Pilastro di sinistra verso l'altare : Profeta Michea, con espres­sione d'ispirata solennità, indica con l'indice della destra l'altare; Sibilla Sarnia, in atteggiamento pensoso con la guancia appoggiata alla mano destra.

Sotto l'arco : Sibilla Cimmeria di cui notare con che finezza sono resi i muscoli delle mani e del volto; Sibilla Eritrea, col col­tello snudato. Ha avuto il viso rovinato dalle bombe.

Lato esterno : Sibilla Frigia, Sibilla Persica.

Pilastro di destra, verso l'altare : Sibilla Delfica, con capelli agitati dal vento e il corno nella destra; Profeta Isaia, occhi grandi, barba corta, torso reclinato.

Sotto l'arco : Sibilla Libica, con corona in capo; Sibilla Cu­mana, dal profilo scarno e col volto grinzoso rivolto al cielo. Costa racconta la leggenda che la Repubblica di Venezia ne facesse istanza offrendo gran quantità d'oro per ottenerla.

Lato esterno : Sibilla Ellespontica, di pieno prospetto; Sibilla Tiburtina, di profilo, col libro nella mano destra.

La balaustrata che divide la cappella dalla navata e simile a quella dirimpetto. Gli angeli sui colonnini li ha scolpiti nel secolo scorso il riminese Liguorio Frioli.

A sinistra della porta del Tempio trovasi una tavola di mar­mo infissa nel muro, nella quale è la figura in bassorilievo di un arcivescovo steso sopra il letto funebre. E' il cardinale Ludovico Bonetto d'Agrigento, vescovo di Taranto, che morì presso questo convento il 13 dicembre 1413, avendo seguito Gregorio XII nella dimora che questi fece qui in tale anno. Nell'epigrafe latina in ca­ratteri gotici sono magnificate le sue virtù.


 
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