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Tempio Malatestiano

Tempio Malatestiano: Nelle immediate adiacenze di quello che ora è il superbo Tem­pio Malatestiano, sorgeva fin dal sec. IX la Chiesa di S. Maria in Trivio , così chiamata perché tre vie convergevano ad essa. Sul ter­reno prossimo a questa chiesa stava un piccolo eremo di France­scani, sorto - si dice - per concessione dei monaci Pomposiani allo stesso S. Francesco, quand'egli venne a Rimini ai primi del Duecento

Tempio Malatestiano

Itinerario Rimini Medioevale

7. Sant'Innocenza e San Michele in Foro 8. Tempio Malatestiano
15. Chiesa di San Giovanni Evangelista 16. Castel Sismondo
17. Resti della Cattedrale di Santa Colomba 18. Piazza Cavour
19. Chiesa di Santa Maria dei Servi 20. Chiesa di San Giuliano

21. Porta Galliana

 

25. Santuario di Santa Maria delle Grazie
26. Abbazia di Santa Maria Annunziata Nuova di Scolca  

All'intorno si stendeva, verso est, un largo terreno, parte ad orto, parte boscoso, che perciò aveva nome di "brolo" o brolo. Nell'area dell'attuale Tempio Malatestiano i Francescani eres­sero poi (ma sempre nel sec. XIII), una grande chiesa con annesso convento. La dedicarono al loro Santo e fu detta perciò di San Francesco.

In origine la chiesa - secondo quanto hanno provato gli scavi praticati nel 1920 da Corrado Ricci e le piu recenti indagini della Soprintendenza, di Gino Ravaioli e di Augusto Campana -era a sala, senza cappelle laterali, e solo, forse, con qualche altare appoggiato alle pareti; ebbe la pianta a rettangolo senza transetto né abside vera e propria, terminando con tre cappelle frontali di cui, la centrale, piu larga delle altre e leggermente piu profonda. Non è improbabile che questa absidiola sia stata affrescata da Giotto, il quale fra l'altro vi dipinse quel sublime Crocifisso che ora si ammira nella seconda cappella a destra.

Fra le strutture architettoniche duecentesche venute temporaneamente alla luce durante i lavori di restauro del 1946-50, merita particolare menzione it bel Rosone che trovasi sopra la porta principale. Ha un'ampiezza diametrale di m. 4,13, il suo asse verticale spostato di cm. 52 verso destra rispetto all'asse dell'odierno portale. Il che prova, ancora una volta, che it rivestimento quattrocentesco dell'Alberti non si preoccupò di corrispondere con precisione simmetrica con la chiesa primitiva.
Si conservano nel Civico Museo (oggi immagazzinati) interessanti frammenti marmorei del ricco portale polistelo, che faceva parte della facciata romanica del vecchio S. Francesco.
Notevoli aggiunte e lavori, stilisticamente disorganici, furono fatti nel Trecento; sino a che nel secolo successivo intervenne l'opera promossa da Sigismondo Pandolfo Malatesta.
A questo punto conviene dire che la chiesa aveva dato sepoltura, fin dalla sua origine, a quasi tutte le persone di casa Mala-testa : da Mastin vecchio al savio e clemente Carlo, da Galeotto Roberto a Giovanni, la prima creatura nata dall'amore di Sigismondo e d'Isotta .

Quando il 31 ottobre 1447 Bartolomeo Malatesta, vescovo di Rimini, benedisse la prima pietra della Cappella di S. Sigismondo (entrando nel Tempio, la prima a destra) e certo che Sigismondo in­tendeva costruire semplicemente una cappella gentilizia, cosi come altri principi avevano fatto in altre parti d'Italia. Non gli mancò il benestare del papa, che era Nicolò V. Questi anzi fornì la cap­pella di vasi, di paramenti, di libri ecclesiastici, dotandola altresì di cinquemila fiorini d'oro.
 I lavori, favoriti dalla violenta incetta di marmi che Sigismondo si diede a fare a S. Apollinare in Classe, incominciarono con alacrità sotto la guida di Matteo de' Pasti (not. dal 1441-1468) e di Agostino di Duccio (1418-c.1481). Erano già a buon punto, quando il Malatesta decise di trasformare mirabilmente un'altra cappella : la seconda a destra entrando, dopo la Cella delle Reliquie. Ed anche qui non si perdette tempo. Basti dire che il 7 aprile 1449 Sigismondo, benché al campo dei veneziani presso Cremona, si preoccupava di richiedere a Giovanni de' Medici un valente pit­tore (forse Filippo Lippi) per decorare le due cappelle.

Sopravvenne il 1450, l'anno del Giubileo. Fu allora che Sigi­smondo ebbe l'idea di trasformare radicalmente l'intero tempio, progettando inoltre, secondo il consiglio dell'Alberti, di gettare in­torno all'umile chiesa un involucro marmoreo. A queste decisioni non fu probabilmente estraneo Nicolò V, il quale era stato bene­fico verso il Malatesta ed aveva potuto apprezzare l'ingegno del sommo architetto genovese. La data del 1450 la si trova ripetuta nel Tempio dodici volte : due nella facciata, sei nella fronte delle cappelle, tre nell'arca d'Isotta e una nell'antica mensa posta al­l'altare di S. Sigismondo. La si vede inoltre in una medaglia co­niata da Matteo de' Pasti.

1450-1457: sette anni d'ispirata e fervida laboriosità. Il genio fascinatore di Leon Battista Alberti (1404-1472), dà vita all'incan­tevole arditezza del suo sogno; Matteo de' Pasti architetta le cap­pelle, vigila l'opera degli artisti, sorveglia le provviste dei materiali; Agostino di Duccio, Matteo Nuti (not. dal 1423-1470), Piero della Francesca (c. 1420-1492), Bernardo Ciuffagni (1381-1457), Francesco di Simone Ferrucci (1437-1493), Cristoforo Foschi ,(c. 1430- not. 1448-1461) hanno ognuno il loro compito. Su tutti, anche se lon­tano da Rimini, anche se impegnato in guerra nei viaggi nelle am­bascerie, sovrasta la possente e geniale personalità di Sigismondo.

Ma ormai cominciano per il Malatesta i tristi anni. Alla pe­nuria delle finanze si aggiunge tosto il declinare della sua fortuna politica. Ed anche il Tempio fu coinvolto nell'irrimediabile rovina. Alla fine del 1461 la pioggia e il vento penetrano da ogni parte in chiesa; la neve si posa sulle pupille dei finestroni lobati, sugli ara­beschi, sui fregi, sugli altari, sulle statue, sui sepolcri. I frati s'ap­pellano alle promesse e alla generosità del Principe; ma questi - costretto perfino ad impegnare i gioielli presso un ebreo - non li può aiutare. Sicché debbono vendere una casa per porre riparo, con la modesta somma ricavata, ai più urgenti bisogni del monu­mento.

Più nulla Sigismondo riuscì a fare per il suo Tempio, se non introdurvi alla vigilia della morte (ma l'ipotesi, che è di Corrado Ricci, oggi pare priva di fondamento) la dolce e profonda Pietà del Bellini, avuta in dono dall'amica e alleata Repubblica di Venezia. Dispose nel testamento che le rendite dei beni personali acquistati a Ragusa, quando comandava le truppe della Serenissima, servisse­ro a condurre a termine l'insigne monumento, rimasto interrotto alle prime tre cappelle di ogni lato, al coronamento della facciata e perfino nelle fondazioni. Ma i figli tradirono la sua volontà.

Nel 1499 i frati affidarono a Matteo di Uguccio, imolese, la fab­brica del campanile, che ebbe termine nel 1501. Due anni dopo prov­videro a costruire un complesso absidale, che risultò formato di cinque cappelle; la maggiore, quella centrale, si prolungava in absi­de poligonale, e doveva essere di cinque lati. Lo si desume da una tavola manoscritta del Settecento e dalle recenti ricerche del Ra­vaioli. Nel 1708 le cinque cappelle frontali furono demolite; si ri­dussero le linee del transetto alla misura e alla forma delle cappelle malatestiane, variandone anche il sesto dell'arco, da pieno ad ogiva; il presbiterio fu ricostruito in proporzioni più vaste e l'abside ri­dotta a semicerchio.

Soppressi dalla Repubblica Cisalpina i Francescani (21 ago­sto 1798), Napoleone I ordinò che nel Tempio fosse trasferita la cattedrale (8 giugno 1805). Il trasferimento avvenne quattro anni dopo. I lavori di rinnovamento che vi furono fatti nell'Ottocento dopo questa data, non apportarono nulla di buono. L'aver infatti riscolpite le fiancate del nicchione esterno della facciata in cui si apre la porta maggiore e, soprattutto, l'aver orpellato la Cappella della Madonna dell'Acqua, merita più biasimo che lode.

Nelle tremende incursioni dell'ultima guerra il Tempio fu ri­petutamente colpito. Le prime bombe, cadute nel sagrato, sconvol­sero la protezione in muratura e sabbia dello stilobate. Un secondo bombardamento centrò l'abside e le due cappelle attigue che, nel crollo, si trascinarono parte della copertura, mentre la sopraccoper­ta veniva completamente asportata. Un danno maggiore si verificò nella terza incursione (29 gennaio 1944), il cui triste bilancio fu questo: scardinamento delle fondazioni, cedimento di 26 centime­tri della facciata, lesioni in tutti i punti vitali. Con qualche bomba in più, sarebbe rimasto solamente un mucchio di marmi infranti, di statue mozze, di bassorilievi spianati come da un enorme ma­glio, e per avere una idea del Tempio, avremmo dovuto ricorrere alle fotografie e alle monografie dei dotti.

Ma il Malatestiano, benché ferito a morte, non morì. Alla me­raviglia dei più delicati particolari d'ornamentazione, esso accop­piava la più salda robustezza della sua struttura marmorea. E ri­nacque splendente e maestoso come prima.

 

I lavori di riparazione e di ricostruzione richiesero illuminate guide e maestranze esperte. Soprattutto difficile fu lo smontaggio e il rimontaggio del paramento esterno. Si trattò infatti di rimuo­vere, calare a terra, ricollocare - dopo il risanamento, ottenuto con mastici e con grappe speciali - oltre tremila blocchi di pietra d'Istria, nella maggior parte lunghi due metri e pesanti venti quin­tali ognuno. Senza dire della pazienza e della oculatezza che occor­sero per riattaccare alla superficie scabrosa dei pezzi le piccole sca­glie di pietra, ricuperate prima che esse, già in procinto di staccar­si, si polverizzassero nelle operazioni di smontaggio.

Nulla purtroppo fu possibile per il chiostro dell'ex convento di S. Francesco (sorgeva a sinistra del Tempio), che andò quasi completamente distrutto.