Si Terrà a Sarsina Domenica 30 Luglio la Prima nazionale di verso Troiane, spettacolo teatrale con Paola Pitagora.
Si Terrà a Sarsina Domenica 30 Luglio la Prima nazionale di verso Troiane, spettacolo teatrale con Paola Pitagora.
Adattamento e regia
Giovanni Anfuso
Personaggi e interpreti
- ECUBA Paola Pitagora
- TALTIBIO / MENELAO Francesco Biscione
- ANDROMACA / CORO Liliana Randi
- CASSANDRA / ELENA Elena Sbardella
Il progetto, che lascia intatta la drammaturgia dell'autore greco, è fondato su 4 attori che interpretano, ora al leggio ora recitando, i passi più importanti e toccati del grande capolavoro.
Lo spazio allestito con elementi di scena curati da Andrea Cecchini Nelson, le musiche di Ludwing Van Beethoven, le luci a cura di Angelo Ugazzi, contribuiranno a ricreare le atmosfere magiche e dolorose di questo attualissimo testo scritto più di duemila anni fa.
NOTE DI REGIA
Le Troiane sono il terzo dramma (l'unico superstite) d'una trilogia comprendente l'Alessandro e il Palamede e coronata dal Sisifo satiresco, con cui Euripide fu secondo, dopo Senocle, nel 414.
Sullo sfondo di Troia in fiamme, le prigioniere di guerra sono alla mercè degli Achei. L'esito d'un sorteggio assegna Cassandra, agitata da un delirio fatidico, ad Agamennone, Andromaca a Neottòlemo, Ecuba a Odisseo; Polissena sarà immolata al fantasma d'Achille. Le sofferenze di Andromaca raggiungono l'acme quando una nuova decisione dei vincitori le strappa il figlioletto Astianatte, che sarà gettato giù dalle mura. Dopo un contrasto fra Elena, Ecuba e Menelao, il cadavere del figlio di Ettore è recato in scena ed è pianto da Ecuba e dal Coro. La partenza delle navi si affretta, mentre in un incendio totale la città di Troia rovina, con sinistri fragori.
Cassandra, in cima ai pensieri di Ecuba, è la figlia pazza, fonte di timore. È la prima di cui la madre chiede la sorte. La giovane entra in scena animata da un émpito che somiglia ad un desiderio di vittoria da cantare nell'Ade, nell'unità dei morti: rivalsa di chi, violata nella sua castità, sente in sé la forza d'una Erinni. Lucidità e infatuazione, odio bieco ed eroica smania s'alternano in una figura che resta, nella sua breve comparsa, indimenticabile.
Elena doveva venire in scena tremante, col capo raso, conscia d'un peso di colpa e di vergogna. Invece è abile, fresca, arguta, dominatrice, impavida; il poeta ha colto in lei la nota perenne della femminilità aliena, non toccata dalle rovine di cui è la causa. Ed infatti ella capovolge tutto: da rea si fa vittima. Ridicolizza con logica puntuale il marito, che lasciava Paride in casa e partiva, e sfugge ad un confronto diretto con Ecuba; cosicché la contesa verbale con Ecuba e Menelao presenta una realtà d'anime borghesi, che pur non toccando mai il comico e il satirico ha qualcosa di domestico e di quotidiano.
Sul limitare della scena si leva la celebre preghiera d'Ecuba verso un principio divino di giustizia ristoratrice. È una preghiera accesa dalla speranza che la vendetta di Menelao si compia su Elena; e in essa appare l'idea di un dio immedesimato con un'anima etica del cosmo.
Il tutto si svolge in un'aria di sgombero in cui tutto è svanito, sparito: le persone, la predilezione divina, le dolci vigilie sacre, le cure amorose per i cari e persino il nome della città. Restano solo le prigioniere che evocano lo sfondo della tragedia imminente: ricordando da prima l'illusione d'un sollievo, poi il notturno assopirsi e nereggiare del fuoco domestico rotto da un «urlo sanguigno»; urlo che lacera la notte e a cui seguono immagini di bambini che tendono le mani e s'aggrappano alle vesti delle mamme, in un abbraccio che cangia in un baleno il destino delle donne.
In un'esumazione delle Troiane presentata subito dopo l'ultimo conflitto mondiale, la tragedia parve comunicare anche a noi quanto di universale essa era ed è in grado di dire a uomini vinti dall'assurdità della guerra. E parve allora inverarsi quel valore eterno della poesia che canta agli uomini la loro storia, fiore e senso delle vicende più tristi: era questo il conforto e il presagio di Euripide.
Giovanni Anfuso