La mostra permette di ammirare tre capolavori recentemente esposti a Palazzo Ruspoli a Roma, recuperati sui mercati dell'arte dal Gruppo Banca Popolare di Vicenza, al fine di ricomporre il patrimonio artistico italiano andato disperso nel mondo.
La mostra permette di ammirare tre capolavori recentemente esposti a Palazzo Ruspoli a Roma, recuperati sui mercati dell'arte dal Gruppo Banca Popolare di Vicenza, al fine di ricomporre il patrimonio artistico italiano andato disperso nel mondo.
Queste opere, inserite in una emissione filatelica di San Marino che comprende anche l'opera Crocifissione di Giovanni Bellini (1432-1516), sono: la Madonna con Bambino e San Giovannino celebre tela di Jacopo Bassano (1510-1592), nota come Madonna Spencer; la raffinata versione del mito di Venere e Amore di Gian Antonio Pellegrini (1675-1741), mentre Giandomenico Tiepolo (1727-1804) presenta uno straordinario ritratto senile nell'opera Testa di Vecchio.
San Marino, Pinacoteca San Francesco.
Testa di Vecchio di Tiepolo
L'inquietante e insistita presenza di personaggi vestiti all'orientale, con copricapo dalle fogge più diverse e abbigliamenti rigonfi ed ermetici, nella produzione tiepolesca pone non pochi interrogativi non solo agli storici dell'arte, ma anche agli artisti e ai letterati a noi contemporanei, in virtù di un risvolto poetico tra i più enigmatici e suggestivi della storia della pittura. Testimoni muti e impenetrabili di una profondità segreta e inviolabile, questi personaggi materializzano la dimensione di una lontananza spazio-temporale inattingibile (non solo di figura, ma anche di pensiero), mentre le motivazioni della loro comparsa, il cui recondito significato va ad oltranza celato e custodito, sembrano una prerogativa da negare a chiunque (Calasso 2006).
E' merito di Tomezzoli (2001) aver minuziosamente analizzato le vicende di questa ottima redazione di testa di vecchio orientale, rivalutando in parallelo le variazioni attributive da padre a figlio, per giungere a un inserimento definitivo della tela nel catalogo di Giandomenico. Al medesimo studioso dobbiamo la ricostruzione delle origini del tema, specificatamente alle opere da cavalletto, cioè di Teste, in versione singola o in serie, e delle intricate derivazioni - anche a latere della bottega tiepolesca - di una tipologia che suscitò grande interesse ed esercitò un fascino non comune.
Si è ipotizzato che alla base di questo dipinto sia sottesa un'idea originale di Giambattista, incisa in controparte da Giandomenico, che avrebbe poi derivato la copia pittorica in esame (Knox 1975). Su base documentaria è comprovato che alla fine del 1757, anno in cui i due Tiepolo affrescano a Vicenza il grande ciclo che decora la palazzina e la foresteria di villa Valmarana ai Nani, Giandomenico era intento a lavorare le lastre delle Teste, inviando al celebre collezionista francese Pierre-Jean Mariette, tra il dicembre dello stesso anno e il giugno del successivo, un gruppo di fogli tra cui quello relativo al dipinto in esame. ?Pertanto se si ritiene valida la dipendenza del nostro quadro dall'incisione, la tela vicentina dovrebbe essere ancorata ad una data non particolarmente lontana dalla fine del sesto decennio, indicazione palesata anche dall'evidenza stilistica che rimanda al periodo successivo all'esperienza di Wurzburg (Tomezzoli 2001). Il ductus estremamente corsivo e liquido della pennellata di talune parti, come il copricapo e la veste, l'impasto gessoso di altre, come il volto, la stessa intonazione cromatica dell'incarnato costituiscono cifre caratteristiche dei modi di Giandomenico che nei meravigliosi inserti d'abbigliamento (fermezze, medaglioni spilloni) tratta le figure smaterializzandole in una liquefazione spettrale che consuma le forme per ridurle a una disincarnata sostanza di sola cromia pittorica. (Fernando Rigon)
Venere e Amore di Pellegrini
Questa delicata composizione, giocata sull'essenzialità, è l'ultimo ingresso nella collezione di palazzo Thiene ed è ben degna di rappresentare, nel suo ambito, la poetica e lo stile del Pellegrini. Amata in tutte le corti d'Europa e ricercata dai più facoltosi committenti contemporanei la sua pittura è l'espressione di una civiltà raffinata ed auto-esaltante, immemore volutamente della propria imminente decadenza(Scarpa 2007 a e b). Come scrive il Pallucchini (1995) il suo fu un mondo di incantata favola: tanto l'evento mitologico o classico, quanto quello tratto dall'Antico e dal Nuovo Testamento vennero sempre recitati dai suoi protagonisti con appassionata bravura [...] Un mondo immaginario, sereno e festoso, che poche volte ha contatto con la realtà, ma sempre in chiave teatrale e musicale: una fantasia zampillante in una giocosità senza tregua.
L'opera è stata ricondotta (Scarpa 2002) al periodo inglese del Pellegrini o al momento subito successivo al rientro a Venezia nel 1714, capofila di numerose altre
variazioni sul tema al cui corpus ha dato contributo fondamentale il Martini (1964 e 2002) mettendo insieme una serie di esemplari a mezzo busto, collocabili negli anni trenta, arricchiti da attributi mitologici della dea e di Cupido, sempre essenziali, ma non ridotti al semplice aureo pomo, come nel nostro caso.
Invitato dal conte di Manchester in Inghilterra con Marco Ricci, il Pellegrini vi lavorerà dall'autunno del 1708 al 1713, quando su richiesta dell'Elettore Palatino Giovanni Guglielmo si recherà in Germania, dove ritornerà dopo il 1714 girando per l'Europa e contribuendo non poco a diffondere lo stile e il gusto lagunari nei paesi dove operò.
Questi sono gli anni in cui la committenza colta veniva sedotta dalla tavolozza della grande meteora Watteau, ma sono anche gli anni in cui tutta questa committenza, ma anche tutte le corti d'Europa, facevano a gara per ottenere un pastello di Rosalba. E i pastelli di Rosalba erano costituiti di quelle medesime, impalpabili sfumature che fecero, per traslato, la fortuna di Gian Antonio (Scarpa 2007b), cognato della Carriera di cui aveva sposato la sorella. (Fernando Rigon)
Madonna con Bambino e San Giovannino di Bassano
Jacopo non aveva mai dedicato molto tempo o impegno a dipingere Madonne con il Bambino di formato ridotto, in quanto questo soggetto tradizionale lasciava poco spazio alla sperimentazione. Aveva però ideato di tanto in tanto (e spesso replicato) composizioni di dimensioni modeste su questo tema. La più antica, databile al 1541 (Bergamo, Accademia Carrara), è un'elegante stilizzazione di sapore parmigianinesco, destinata ad assumere forma più matura, intorno al 1547, in un originale non finito (Firenze, Uffizi, collezione Contini Bonacossi). Così il Rearick in un'introduzione critica a questo capolavoro riconducibile a una fase stilistica, dopo il 1557, in cui l'artista reagì [...] con intenso fervore religioso alle esigenze di rinnovamento proclamate dal concilio di Trento (Rearck 2001).
Le vicende del quadro confermano la considerazione di cui esso godette fin dalla sua esecuzione a destinazione devozionale privata. E' ipotizzabile che facesse parte dell'importante collezione radunata a Venezia da Jan Reynst tra il 1631 e il 1646, passata poi in eredità al fratello Gerrit di Amsterdam. Una data sicura è costituita dal 1658, quando il dipinto venne riprodotto in controparte da Theodore Matham in una delle tavole destinate a illustrare il catalogo di questa collezione. Caduto questo progetto editoriale, la stampa venne pubblicata separatamente (1660-1661) da de Wit, accompagnato dalla scritta IAC.DE PONTE BASSAN PINXIT/THEOD MATHAM EFFIGIAVIT ET SCULP. Sempre il Rearick suppone che l'opera facesse parte di un gruppo di dipinti inviato in dono nel 1660 dal governo olandese a Carlo II in occasione del suo ritorno sul trono di Inghiterra, anche se la tela non figura nella scarsa documentazione relativa alla galleria del sovrano. Ma nel 1746 l'opera viene dal Knapton registrata con la corretta ascrizione a Jacopo nel suo inventario della raccolta Spencer. Il quadro si trovava nella cappella di famiglia di Althorp, da dove fu rubato nel 1972. Una volta recuperato dai proprietari fu messo in vendita nel 1985 con una parte ragguardevole di altri quadri della collezione. (Fernando Rigon)
Inaugurazione:
martedì 24 giugno ore 17.00
Info:
tel. 0549 882914